In questi giorni si fa un gran parlare (anche a vanvera) della necessità di organizzare ronde civiche a tutela della sicurezza dei cittadini. Un dibattito che tocca soprattutto Busto Arsizio e Gallarate, i due centri della provincia di Varese dove la percezione dell’insicurezza (non ne è esente il capoluogo) è alimentata da alcuni episodi che, nelle scorse settimane, sono finiti in prima pagina. Il più grave riguarda lo stupro di una ragazzina nei luoghi di degrado urbano contigui alla stazione delle Nord, a Busto. Per non dire delle aggressioni e delle risse che vedono protagonisti frotte di minorenni allo sbando, i cosiddetti maranza.
Sono proprio le stazioni ferroviarie, popolate da personaggi di dubbia rettitudine, a preoccupare chi le frequenta quotidianamente per raggiungere mete di lavoro, di studio e per qualunque altro motivo che richieda l’utilizzo del treno. Il contorno che li attende prima di imboccare i sottopassi che portano ai binari non è sempre dei più rasserenanti proprio per la presenza di una composita e spiazzante umanità. Da qui, l’idea di “pattuglie” di privati cittadini che accompagnino i passeggeri, li proteggano e, così facendo, evitino loro di essere presi di mira da chicchessia, rapinatori, molestatori e chiunque abbia cattive intenzioni. Uno scenario che, raccontato in modo esasperato, finisce per rappresentare una sorta di Ghotam City, dominata dalla delinquenza.
Varese, Busto e Gallarate però sono tutt’altra cosa, nonostante la civile convivenza sia a volte scossa dalla recrudescenza del disagio sociale e della malavita di piccolo cabotaggio, peraltro circoscritta, alla quale si vorrebbe porre rimedio con le ronde, in aggiunta alle forze dell’ordine non sempre nelle condizioni di far fronte alle tante domande d’intervento. Le ragioni della vera o presunta impotenza delle istituzioni si riassumono nella scarsità degli organici e nell’impossibilità di presidiare tutto il territorio. Da qui le istanze di mettere in atto una sorta di giustizia fai da te, con l’intervento addirittura di personaggi che si affacciano sulla scena mascherati per non farsi riconoscere, come fossero i giustizieri della notte in missione vendicativa. Con quali poteri e garanzie di irreprensibilità e legalità, nessuno lo sa dire.
Il tragico è che costoro trovano considerazione anche da certi politici che cavalcano l’onda popolare per motivi elettorali facilmente intuibili. Vengono alla mente le ronde padane, ricordate?, che negli anni ruggenti della Lega di Bossi e per un limitato periodo, svolsero, nelle intenzioni, lo stesso compito di contenere l’inciviltà e la malavita. Ronde composte anche da ineffabili signore di mezza età che controllavano il territorio in pelliccia di visone e tacco dodici. Più che ronde, macchiette padane.
Altri tempi, stesse attuali aspirazioni. Però difficili da realizzare, anche se una parte della politica sembra propensa a favorirle in una logica più populista, del qui e ora, che di pragmatica razionalità. Sì, perché se alcune zone delle città richiedono di essere presidiate, è vero che esistono altre soluzioni meno precarie e più efficaci anche sul versante giuridico. Ad esempio il ricorso ai militari di “Strade sicure”, pattuglie dell’esercito di cui si è parlato durante i tavoli per la sicurezza convocati dal prefetto di Varese, già dislocate nei centri più importanti del Paese.
Progetti al momento inattuati qui da noi, e non si capisce come mai: basterebbe una manciata di uomini da far turnare davanti alle stazioni e alle piazze più a rischio e alle aree più sensibili per risolvere, almeno in parte, il problema. Qui però entra in scena la volontà politica di affrontare la questione, cercando di superare gli ostacoli, più che altro burocratici, che spesso si frappongono fra le necessità conclamate e l’operatività. Al punto che ad avere il sopravvento, nel turbinio delle solite chiacchiere, sia il grottesco e si lasci spazio alle suggestioni dei presunti giustizieri della notte. Purtroppo, però, non siamo in un film.
