Terzo mandato dei sindaci delle città sopra i 15mila abitanti: la questione per ora non è in agenda, altri sono i problemi da affrontare con urgenza, ma è tutt’altro che finita nel dimenticatoio. Secondo alcuni parlamentari, rispunterà fuori tra qualche mese, in tempo utile per le amministrative e le politiche del prossimo anno. Appuntamenti che richiederanno un serrato confronto all’interno dei partiti per la scelta dei candidati da mandare in Parlamento o alla guida dei Comuni. I posti disponibili, anche a causa della riduzione dei seggi parlamentari, sono limitati, soprattutto per coloro i quali imboccheranno la strada per Roma, rischiando di dover cedere il passo a quei primi cittadini che non potranno più candidarsi a causa dello stop imposto dal secondo mandato.
Sindaci a quel punto alla ricerca di una nuova collocazione istituzionale dopo due lustri di impegno carico di responsabilità e esposti, qualunque cosa si faccia e si sia fatta, alle critiche delle opposizioni e dell’opinione pubblica. Una bella gara per trovare spazio o, al contrario, per difendere posizioni acquisite. Qualcuno dirà: se la politica è un servizio, chi arriva alla fine del proprio incarico torni alla sua attività professionale. Punto. Sappiamo invece come vanno le cose nel nostro Paese, e poi c’è chi vive di politica e non può uscire di scena. Sbagliato generalizzare: c’è anche chi non si danna per riavere una funzione pubblica. Però, in alcuni casi…
Il problema del terzo mandato si pone pure con impellenza in provincia di Varese, nel capoluogo, a Busto Arsizio e Gallarate. Ne abbiamo già parlato, ma vale la pena ritornare su un argomento tutt’altro che marginale. Davide Galimberti, Emanuele Antonelli e Andrea Cassani dovranno lasciare i rispettivi uffici municipali. Siccome sono tre amministratori che hanno ancora molto da dire, non meritano (non meriterebbero) l’oblio politico. E allora? Allora, o qualcuno dei parlamentari uscenti eletti in questo territorio (Alfieri, Bossi, Candiani, Pellicini, Romeo) si fa da parte, o la partita è già bella e chiusa. Vero, nel 2028 ci sono le elezioni regionali, una specie di ultima spiagga, ma anche lì le vie d’accesso al Pirellone sono molto strette. Estesa la questione a tutto il Paese (pensiamo soltanto a Milano e a Giuseppe Sala) è evidente che la politica, pur tra mille distinguo, non la farà cadere come se nulla fosse. Potrebbe essere affrontata in sede di nuova legge elettorale, attorno alla quale lavorano ampi settori della maggioranza di centrodestra, proposta che troverà ulteriori motivi di discussione all’indomani dell’esito referendario di fine marzo. Non va dimenticato che anche l’Anci, l’associazione dei Comuni, spinge per superare i vincoli del terzo mandato, così come è già stato disposto per le città al di sotto dei 15mila abitanti.
La norma rivista e corretta servirebbe per risolvere un altro intoppo politico che riguarda, ad esempio, le principali città del Varesotto: a un anno dall’apertura delle urne non emergono ancora nomi spendibili e certi per sostituire i sindaci uscenti. Non ci sono personalità forti o, se ci sono, non trovano e non troverebbero adesioni unanime. Discorso che vale per tutti gli schieramenti che, per evitare sconquassi interni e magari il ricorso alle primarie, guardano con favore al terzo mandato dei sindaci. Dopo tutto, dato il contesto litigioso e per nulla sereno del momento, vale sempre il detto popolare: se lasci la strada vecchia per quella nuova, sai che cosa lasci ma non sai che cosa trovi.
