Skoda Titan Desert chiude con i successi di Andrey Amador e Pilar Fernandez

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di Claudio Ghisalberti

MAADID (Marocco) – Felici e stravolti per essere. Abbracci, feste, foto. Hanno completato la Skoda Titan Desert e finalmente dopo sei tappa micidiali nel deserto del Sahara in sella a una mountain bike, all’avventura sotto il sole cocente o sferzati dal vento, tra sabbia, fango e pietre, sono arrivati al traguardo e stanotte, oltre che una pietra con il logo della corsa, avranno il piacere di dormire in un letto di albergo. Altri, invece, sono feriti, scassati, ammaccati. Uno è sdraiato a terra nello sgabuzzino delle valigie. Gamba sinistra bendata in qualche modo sollevata su una sedia, maglietta aperta, faccia stravolta e sanguinante. Devastato, chiama casa, o meglio, videochiama. Sembra reduce da una guerra, forse con la sua volontà, il suo orgoglio e i suoi limiti.   

Vittoria tra gli uomini per Andrey Amador, per le donne a Pilar Fernandez. 

Nell’ultima frazione, come al solito volata a una media altissima prossima ai 28 orari, terzo successo parziale per Luis Leon Sanchez. E non è mancata neppure una polemica finale, innescata da Herrero, che ha accusato i primi tre di un’infrazione nel finale. 

Amador, che in Costa Rica, ovvero il suo Paese, è un’autentica celebrità, da noi non è molto conosciuto. Solo i grandi appassionati di ciclismo sanno chi è. Eppure nel suo palmares c’è persino un quarto posto al Giro d’Italia, nel 2015 dietro a Contador, Aru e Landa, e una tappa vinta a Cervinia, sempre nella corsa rosa. La sua carriera, iniziata nel 2009 con la maglia della Caisse d’Epargne, si è interrotta il 25 aprile dello scorso anno, seconda tappa del Romandia. Quel giorno s’è palesata la sfortuna che, evento dopo l’altro, è arrivata a toccare momenti drammatici. 

“Sono felice, davvero molto contento – afferma sorridendo Amador subito dopo il traguardo -. Tre mesi fa non solo non potevo pensare di vincere questa corsa, ma quasi non potevo pensare neppure di correrla. La dedico alla mia famiglia, ai miei amici, a tutta la gente che ha creduto in me, alla mia squadra e tutti quelli che mi hanno aiutato. Mi sarebbe piaciuto vincere anche una tappa, ma non si può avere tutto. Ma sì, non importa davvero”. 

Amador dal 2020 al 2022 ha corso tra i professionisti su strada con la maglia dell’Ineos. Le regole del team erano molto rigorose, militaresche, esagerate. Già prima del Covid erano vietate le strette di mano se non igienizzate, squadra isolata negli alberghi. Insomma, l’esatto opposto di questa Titan Desert. “Vero, questa corsa è qualcosa di molto differente rispetto al mondo che ho sempre vissuto. Dormire nel deserto è stata la cosa più bella, un’esperienza incredibile. Quello che ho vissuto è stato un ciclismo totalmente professionalizzato, anzi troppo. In hotel la squadra si portava i suoi materassi, lenzuola, cuscini. Per me essere qui è meraviglioso, mi incanta. Anche gonfiare il materassino per dormire è stata una cosa fantastica. Nella notte della tappa Maraton ho anche sofferto un freddo incredibile, non lo pensavo. Mi avevano detto che faceva freschino. Per dormire ho messo la coperta termica in dotazione sotto la maglietta. Tutto questo rende questa corsa speciale. Non deve cambiare, anzi secondo me nella tappa Maraton i corridori dovrebbero portarsi il cibo. Poi qui ho conosciuto persone nuove, stupende”. 

La sua vita ha preso una piega imprevista un anno fa. “Ho avuto un incidente in allenamento lo scorso mese di maggio. Ho sofferto la frattura esposta del perone della gamba destra e molte ossa del piede erano devastate. Ridotte talmente in parti minute che non si potevano neppure operare. Mi avevano detto che per tornare alla normalità, se tutto fosse andato bene, ci sarebbe voluto un anno. Ma, poco a poco, dopo tre mesi stavo già facendo le prime uscite in bici. Ma la sfortuna era iniziata prima, a dicembre 2023 avevo già avuto un infortunio, a gennaio sono caduto in allenamento e mi sono rotto il radio e la clavicola, al Catalogna in una ‘montonera’ mi ero rotto alcune coste. Poi il disastro a Barcellona: in allenamento, una curva a destra, il camion che non poteva circolare di fronte, la derapata, la caduta e il mio piede che finisce sotto le ruote. Una fortuna tanto tanto grande, come se fossi rinato, se fossi tornato a vivere perché ero sotto il camion ma il telaio e il movimento centrale un po’ mi aveva protetto. Ma la paura che perdessi il piede è stata grande. Ci ho messo quasi un anno a tornare alla normalità. Ora devo godermi questi momenti. Ero passato da una vita in bianco a una in nero. Ero molto pessimista per la prognosi del piede e questo mi faceva male al cuore. Ho terminato prima il contratto. Con la Ef Education l’avevo anche per questa stagione. Avrei voluto lasciare il ciclismo al termine di una corsa che mi piace, non per un incidente. Stavo andando in depressione, ma forse oggi posso dire che niente succede per niente”. 

Amador svela anche un aneddoto. “Prima di partire per venire qui stavo riordinando le mie cose e ho ritrovato un orologio che mi aveva regalato Sanchez dopo la sua vittoria alla Parigi-Nizza. Il primo giorno quando l’ho rincontrato gliel’ho detto e lui era incredulo. Ma questi sono ricordi che si tengono per sempre”.

Ma questa Skoda Titan Desert si chiude anche con una nota triste. Il cubano Lester Fernandez, 36 anni, in gara con una handbike a causa di una disabilità all’81%, caduto lunedì ha passato una notte problematica in ospedale. Per lui si parla di alcune fratture cervicali di cui non è certa l’entità. Appena possibile verrà trasferito a Barcellona, dove vive. 

ghisalberti skoda titan desert – MALPENSA24

 

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