Addio Sugar Richardson: ex stella NBA, idolo Virtus, provocò la rissa di Masnago

Sugar Richardson rissa Varese

LAWTON (OKLAHOMA) – Il basket italiano e mondiale dice addio a Micheal Ray Richardson. Per tutti Sugar. Uno dei più grandi campioni di basket che giocò nel nostro campionato. Alla Virtus vinse una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe. Giocatore delizioso, visse una carriera costellata di alti e bassi “clamorosi” (come avrebbe detto il suo pupillo Gianmarco Pozzecco, con cui giocò a Bologna). A Masnago Sugar viene ancora ricordato per la scazzottata con Rusconi e Frank “la rana” Johnson che provocò l’espulsione di ben 12 giocatori (e 6 dirigenti). Una rissa da saloon unica sui parquet italiani.

Sugar Ray: dall’altare alla polvere, morto e più volte risorto

Sugar era nato per giocare a basket. Giocò con i Knicks e i Nets, fu l’idolo di Magic Johnson e battagliava alla pari con “Doctor J” Julius Erving. Uno dei migliori della NBA. Con un vizio. Anzi un vizietto. La cocaina. Oltre che sul parquet era diventato il re delle notti di New York. A fargli compagnia la “dama bianca”. Come peraltro tanti giocatori del suo periodo. La “arancia” da basket passò presto in secondo piano. Fu trovato positivo per la terza volta nel 1984 e definitivamente radiato dai professionisti americani nel 1986. Una sentenza senza più appelli: irrecuperabile. Gianluigi Porelli gli diede fiducia e lo portò alla Virtus Bologna, allora sponsorizzata Knorr (ricordate il celebre “odio il brodo” coniato da Nino Pellacani dopo un derby vinto dalla Fortitudo?). Anche in Italia fu una sarabanda di emozioni. Morto e risorto più volte. Idolo sotto le Due Torri (spiegò anche ai Gardens, il torneo all’aperto ai Giardini Margherita), lo rimarrà fino all’ultima comparsata, a marzo 2023 per girare un film, omaggiato nel suo regno, al PalaDozza (“Sugar Ray segna per noi” lo striscione della curva). Perché la sua vita è stata un film. Con il 20 bianconero sulla schiena furono successi (una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe) ed eccessi, pugni (a Masnago) e pupe (suo figlio, il franco-marocchino Amir gioca nella Fiorentina). Con il giovane Ettore Messina in panchina a cercare di domarne il talento ribelle. Si inginocchiò ancora una volta davanti alla “dama bianca” nel 1991 (ma per lui era solo un anestetico) e Porelli lo fece fuori dalla Virtus. Poi arrivò Danilovic. Mica male. Ma Sugar era Sugar. Si rialzò ancora una volta e andò ad insegnare pallacanestro alla Jugoplastika Spalato, a Livorno (dove fu il mentore di un giovanissimo Pozzecco), ad Antibes, a Forlì, ancora a Livorno, di nuovo ad Antibes. Una carriera infinite, in cerca di emozioni (e di soldi). Appese le scarpe al chiodo a 45 anni. Una vita da leggenda, come raccontato su un celebre articolo de La Giornata Tipo. A 70 anni la notizia della morte nella sua casa di Lawton, in Oklahoma. Ufficialmente dopo una lunga malattia. Cosa aveva? “Quattro anni fa gli avevano trovato di tutto” ci confida un amico giornalista bolognese. La conclusione di una vita al limite. Potremmo definire Sugar il Maradona del basket. E Diego non ne avrebbe a male per il paragone, tutt’altro che irriverente. Riposa in pace Micheal Ray. Ora finalmente puoi farlo.

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