di Claudio Ghisalberti
Eccoci, ci siamo. È arrivato il momento clou della stagione ciclistica. Prende il via sabato 5 luglio da Lilla, nord della Francia, la 112a edizione del Tour de France, per importanza il terzo evento sportivo al mondo. Qui ci sono davvero tutti i migliori atleti del pianeta, ma la lotta della maglia gialla sarà, a meno di imprevedibili cataclismi, un testa a testa tra lo sloveno Tadej Pogacar e il danese Jonas Vingeegard con il primo netto favorito.
A far pendere decisamente l’ago della bilancia dalla parte del campione del mondo il suo palmares e ancora di più il suo ruolino di marcia stagionale. Tadej non è mai sceso sotto il terzo gradino del podio e ha messo k.o. gli avversari in ben 6 delle 9 corse a cui ha partecipato. Se avesse vinto anche la Sanremo (3°) o la Roubaix (2°) sarebbe stata la stagione perfetta e forse irripetibile. Il cannibale della Uae però non è sazio, anzi qui punta al poker di vittorie. Totalmente differente l’approccio di Vingeegard che di corse ne ha vinte solamente tre: la volta Algarve, a febbraio, e due tappe a crono, una sempre all’Algarve, l’altra alla Parigi-Nizza. Al recente Delfinato, vero test prima del Tour, vittoria con quasi un minuto di vantaggio di Tadej su Jonas. Pensare che la situazione possa ribaltarsi alla Boucle è francamente difficile.
Un ruolo importante lo giocheranno le squadre, due corazzate che più o meno si equivalgono. La Uae schiera Almeida, Narvaez, Politt, Sivakov, Soler, Wellens e Adam Yates. La Visma risponde con Affini, Bennot, Campenaerts, Jorgenson, Kuus, Simon Yates (vincitore del Giro) e Van Aert. Proprio quest’ultimo ha il talento e la capacità tattica per cambiare le carte in tavola, per informazioni basta chiedere a Del Toro e Carapaz, o ricordarsi della tappa del Colle delle Finestre. Certo, quello era il Giro, qui il livello è molto ma molto più alto. Un altro mondo.
Parlando di squadre non si può evitare il discorso direttori sportivi. Ormai servono a guidare l’ammiraglia e portare al seguito della corsa i meccanici e magari qualche vip. Qualcuno, anche se sembra incredibile, è in carovana come “rest manager”. In principio era “mattress manager” ma poi hanno capito che faceva troppo brutto. Però resta il diesse “addetto ai materassi” che la squadra porta a ogni hotel per i suoi atleti. L’aspetto tattico è molto relativo. Contano molto, ma molto, di più il computerino e il preparatore. Preparatore che valuta secondo per secondo la prestazione del suo atleta pur essendo spesso a moltissimi chilometri di distanza. Poi è sì importante sapere come sta il proprio atleta, ma bisogna sapere anche come stanno gli avversari per capire quando attaccare e quando difendersi. Come si fa? Con appositi marchingegni elettronici nascosti. Non per niente ormai su quasi tutte le ammiraglie sono montati apparati dove vengono installate anche due decine di sim telefoniche. Non sono per moglie e fidanzate. E non per niente spesso ai margini della corsa ci sono misteriosi furgoni dotati di grandi antenne. Una volta di un furgone, comunque associato a una squadra, è stato detto che era legato al funzionamento del mondo delle scommesse legali. Servono magari anche per questo, ma servono anche per “pescare” i dati degli avversari.
Un gradino ancora più sù del preparatore, ormai quasi in cielo, il nutrizionista che ormai è visto come un guru. Nutrizionista che via mail, prima di cena, avvisa ogni corridore su cosa deve mangiare. Deve, non può. E gli alimenti, non è una battuta, sono pesati al grammo. Ipotesi: 125 grammi di pasta e 32 grammi di sugo. Capire perché ormai quasi tutti dopo una vittoria scoppiano a piangere diventa abbastanza facile.
Attorno alle squadre, trasversali, ci sono anche i “riders manager”, i procuratori. Fanno mercato, vendono e spostano corridori. Qualcuno fa anche affari con i team manager, i capi delle squadre. Ci sono manager, che hanno così tanti “riders”, ormai nel ciclismo bisogna far finta di parlare inglese, oh yes, che potrebbero decidere la classifica secondo i propri interessi. Del resto se hai in corsa decine di corridori, che corrispondono a quattro-cinque squadre complete, decidi l’ordine d’arrivo o no? Qualcuno sostiene che siano loro ora i veri padroni del ciclismo. E l’Uci cosa fa? Vede, sente e non parla. Lascia fare.
Ma torniamo alla corsa vera e propria. Sorprese per la generale? Si, ma per i piazzamenti dal terzo posto in giù: Evenepoel, Roglic, Rodriguez, forse Mas e O’Connor. I primi due sono di un altro pianeta.
E gli italiani? Siamo al via con due corridori di assoluto rilievo. Milan, al debutto al Tour, punta alla prima maglia gialla e a qualche vittoria di tappa per dimostrare che vuole diventare il velocista numero 1 al mondo. I suoi avversari principali sono il campione europeo Merlier e Philipsen. Ganna ha nel mirino la crono di Caen (dove gli uomini di classifica, soprattutto Evenepoel, andranno come missili) e punta a qualche fuga vincente. Gli altri nove dei nostri sono in Francia in appoggio dei capitani o per cercare qualche piazzamento. L’ultimo italiano a vincere la prima tappa in linea al Tour risale all’epoca dei dinosauri: Gino Bartali nel 1948. L’ultimo italiano a indossare la maglia gialla nella prima tappa è stato Guido Bontempi nel 1988, ma la prova, lunga un chilometro, non era valida per la classifica generale.
