Tra Salvini e Delpini. E il confine da proteggere

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Matteo Salvini con l'avvocato Giulia Bongiorno dopo la sentenza di assoluzione a Palermo

di Massimo Lodi

Il Natale ’24 diventa per Salvini l’anticipata Pasqua ’25. Era dato per politicamente out, torna da Palermo in. Non sarà il vicepremier/vittima che la maggioranza è costretta a difendere e la Meloni tentata di soverchiare. Sarà il vicepremier/risorto che si autopropaganda difensore dei confini, del patriottismo, dell’Italia. Sfilando alla presidente del Consiglio il mantra da lei, e da un pezzo, sfilato a lui. Pur se gli sarà impedito di far uso dell’aureola di martire, che una condanna gli avrebbe intestato muovendolo a temute scorribande nel centrodestra. Curioso che il capo della Lega debba la rinascita alla magistratura, oggetto di lunga/insistita avversione. Forse è il caso di ammettere che le toghe fanno il loro dovere, ciascuna nel suo ambito di competenza. Possono discordare, come la sentenza su Open Arms dimostra, ma gli va dato atto dell’onestà intellettuale. Merito non da definire tale solo quando conviene, e da negare quando non conviene.

La democrazia costituzionale è questo. Né complotti, intrighi, accanimenti. Ma separazione di poteri, autonomia dell’uno dall’altro, reciproco inchino ai ruoli. Il verdetto siciliano s’incarica di rafforzare il profilo attendibile delle nostre istituzioni, capaci di non farsi influenzare da voci alternative/disturbanti. Successo di maturità civile: assegna al Paese un’immagine esportabile. Sappiamo garantire la certezza del diritto, se non sempre (nessuno è perfetto), certamente spesso. Inoltre: il condizionamento partitico non smuove chi è chiamato a decidere in base alle sue persuase argomentazioni. Da Palermo viene una magistrale lezione.

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Massimo Lodi

Nel merito della vicenda, resta la nota a margine/il rilievo di fondo: ok curare il tornaconto nazionale, però mai scordando che l’interesse superiore è salvare vite umane. Prima d’ogni diversa congettura, oltre qualsiasi legittimazione politica, al di là d’una qualsivoglia certezza giuridica. Si chiama umanità, e il suo esercizio dovrebbe riuscire naturale a chiunque. Compiùtolo, libera discussione sul resto, accapigliandosi pure. Non sussiste fatto etico diverso, capace d’indurci a cambiare idea, quando di mezzo ci sono le vite delle persone, anche la sola vita d’una sola persona. Buonismo? Realismo. Non esiste necessità di norme a garantirlo, basta cliccare alla voce cuore e leggere il relativo whatsapp sentimentale.

Ma ben si capisce che un tale argomentare importi poco, importa di più la rimasticata sottolineatura delle differenze di mondi in un mondo che chiama all’unitarietà. Appello ignorato su diversi fronti, in troppi porti, in svariate dogane, in un numero esagerato di Stati. Dovremmo, almeno su questo, dirci tutti d’accordo. Invece non accade quasi mai. Anche se siamo, come ha ricordato l’arcivescovo di Milano Delpini dalla Gruber commentando il processo all’ex ministro degl’Interni, una generale fraternità. Con invito finale agl’italiani: iscrivetevi al corso (per ora immaginifico, poi chissà) per capire -pensosi, fiduciosi, generosi- cos’è l’accettazione cristiana. Oltre le scelte d’un governo. Oltre le verità tribunalizie. Oltre gli allarmi sull’immigrazione. Facciamo sponda a Delpini, per evitare il naufragio della carità chiudendo i porti dell’accoglienza: eccolo, il confine da proteggere.

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