Trofeo Binda a Cittiglio, il ciclismo femminile cresce. Troppo in fretta

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di Claudio Ghisalberti

La qualità delle atlete di vertice aumenta. Però è una piramide con la punta molto in alto e la base stretta. Aumenta anche la visibilità. Crescono, troppo, anche le corse e di conseguenza, in modo vertiginoso, anche i costi per le squadre. Il ciclismo femminile sta vivendo un periodo di sviluppo, di espansione, ma l’Uci – l’organizzazione mondiale di questo sport – sta ripetendo gli errori fatti con gli uomini. E questo potrebbe a breve portare dei grandi problemi di sostenibilità.

Il “Trofeo Alfredo Binda – Comune di Cittiglio”, prova World Tour e più importante corsa di un giorno in Italia, in programma domenica nel Varesotto, è l’occasione buona per fare il punto sul movimento composto da 15 WorldTeams (250 atlete, 36 italiane), 7 ProTeams (101, 8) e Continental (414, 68).

“Il movimento ciclistico a livello globale è in continua evoluzione, espansione, crescita – afferma Roberto Amadio, team manager della nostra Nazionale -. Il World Tour ha certamente innalzato la qualità perché molte squadre maschili hanno creato anche il team femminile che quindi usufruisce delle strutture già esistenti. Intendo anche a livello tecnico come per esempio preparatori e nutrizionisti. Il problema però è che il movimento, in generale, non ha ancora un sufficiente numero di atlete per far fronte a un calendario (27 corse, 73 giorni di gara in 12 Paesi e 3 continenti) anch’esso in continua eccessiva espansione. Il livello al vertice è alto, ma la base della piramide è stretta, molto stretta. Al mondo, dopo le prime trenta atlete, c’è un abisso. In questa situazione, per noi come Federciclo, diventa più difficile gestire la multidisciplina perché ovviamente per i team la priorità è avere le loro atlete a disposizione. A livello tecnico, devo dire che in Italia siamo messi bene. Abbiamo delle atlete che sono al top a livello mondiale e anche tra le giovani c’è molta qualità. Si vede che il ciclismo femminile in Italia piace sempre di più”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Marco Velo, neo c.t. delle donne: “Nelle settimane scorse, a Montichiari, abbiamo fatto dei test di valutazione a una cinquantina di atlete juniores e devo dire che il loro livello è molto buono con delle eccellenze. Sono fiducioso, possiamo fare bene. Il problema per tutte è l’enorme salto dalle categorie giovanili al mondo delle elite. Solo da quest’anno, per esempio, ci sarà il mondiale dedicato alla categoria Under23”.

Poalo Slongo è il tecnico che da sempre segue Elisa Longo Borghini. Lei ed Elisa Balsamo, entrambe in gara a Cittiglio, possono essere considerate le atlete italiane di riferimento. Con Slongo, ci addentriamo un po’ di più nell’aspetto tecnico. “Se facciamo riferimento a ciclisti di vertice, più o meno a pari peso cioè attorno ai 60 chili, le donne hanno circa 100 watt meno degli uomini. Se un maschio spinge attorno ai 420 watt la femmina si attesta sui 320. Questo è legato a una situazione fisiologica, le donne hanno meno forza muscolare. Le metodologie di allenamento sono uguali e i carichi molto simili anche se a volte vanno regolati anche in base al ciclo mestruale dell’atleta che nei giorni prima, per un questione ormonale, ha meno forza e in quelli successivi ne ha di più. Una settimana di carico è composta da 22-25 ore di allenamento, in una stagione sono 40-50 giorni di corsa. Poi, invece, ci sono differenze a livello mentale. Una donna è portata a dare sempre il cento per cento, a morire piuttosto che a cedere. Un uomo, invece, tende di più a tirare via, ad accontentarsi. Con le donne, poi, devi stare molto attento a misurare bene parole e gesti. Se con un uomo dici una cosa sbagliata magari te la cavi con una discussione e una pacca sulle spalle, con le donne no.

Infine, con Luca Guercilena, team manager della Lidl-Trek, affrontiamo anche il tema economico. “Negli ultimi cinque anni il movimento femminile è cresciuto in modo esponenziale – afferma -. Ora le squadre WorldTour sono equiparabili in tutto e per tutto a quelle maschili. In parallelo sono cresciuti i costi che ora vanno dai 4,5 ai 7 7 milioni di euro a stagione. Le atlete hanno un minimo salariale che per questa stagione è equiparato a quello dei maschi Professional, ma dal 2026 sarà pari a quello dei maschi World Tour. Le atlete di vertice, invece, hanno ingaggi che sfiorano il milione. La visibilità è cresciuta, ma il ritorno dell’investimento è ancora estremamente basso. A livello etico, morale, la crescita del movimento ha una logica chiara. Il punto è che il ciclismo sta facendo gli errori del passato, quelli commessi con gli uomini. Bisognerebbe limitare il numero delle corse di alto livello in modo di avere al via sempre tutte le più forti. Anche perché così, cioè con una grande qualità, migliorerebbe anche la visibilità. Invece il calendario cresce a dismisura, ma così si fa fatica a far quadrare i conti. Bisogna tenere conto che i rimborsi spese sono inferiori rispetto a quelli dei maschi ma i costi vivi sono molto alti. Poi bisogna fare attenzione al passaggio dal mondo giovanile a quello professionistico. È un salto enorme, smisurato. Una ragazza, seppure di talento, con grandi mezzi atletici fa una fatica enorme contro atlete mature. Anche a livello psicologico si crea un grande disagio perché fanno fatica a finire le corse”.  Ma il mondo femminile genera interesse per gli sponsor? “Come dicevo la visibilità, anche se non al top, ora c’è. Gli sponsor sono interessati a questa fetta di mercato. La donna che va in bici, quella che compra il materiale e spende soldi, è poco legata al mondo amatoriale, quello delle squadrette. A lei piace essere bella, curata il più possibile in bici come nella vita. Le donne nel ciclismo investono tempo e tanto denaro”.

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