di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, alla fine c’è stato il divorzio tra il presidente Trump ed il magnate Elon Musk, anzi un vero e proprio litigio e, con dei temperamenti così esuberanti, “non se le mandano a dire”. Trump dice che il sodale (ora non più) si sarebbe offeso poiché la politica del presidente avrebbe toccato l’economia delle auto elettriche e Musk prontamente risponde che il tycoon avrebbe perso le elezioni senza il suo aiuto. Afferma poi che formerà un suo partito (cosa che io credo difficile) e formula un’accusa molto pesante: dice che Trump compare nel “file Epstein” (quello che organizzava “giostre” con le ragazzine nella sua isola/paradiso e che “misteriosamente” si suicidò in carcere). Ritengo che ciò sia molto difficile da credere poiché, se ci fosse stato qualcosa di minimamente compromettente su Trump a parte alcuni inciampi già noti, i suoi avversari e l’armata mediatica liberal sarebbero certamente riusciti a trovare il modo di farlo uscire dalla corsa alla Casa Bianca.
Federico Rampini, che ben conosce l’ambiente e la politica americana, ne fa un notevole pezzo molto interessante sul Corriere della Sera del 6 giugno. Suggerisce che le ragioni di questa crisi non sono quelle più comunemente evocate. Propone due interpretazioni: la prima, quella dell’idea di una oligarchia al governo degli USA è evidentemente morta, altrimenti Musk, il brillante imprenditore di Tesla, Star-Link e SpaceX, comanderebbe alla Casa Bianca; la seconda piuttosto attendibile è che la ragione della separazione pesantemente gridata delle due strade, quella del potente presidente e quella dell’uomo più ricco d’America, sono di natura politica e ideologica.
Questa sembrerebbe un’ottima notizia, molto più trasparente, molto più chiara e più positiva che non ci costringe ad evocare torbidi retroscena, dietrologie paranoiche, cospirazioni e complotti. Alla fine Elon Musk è un “iperliberista” (o anche neoliberista), uno che voleva portare a termine la missione che era stata a suo tempo quella di Ronald Reagan, quella di Margaret Thatcher, ridurre, ridimensionare lo Stato, la pubblica amministrazione, la burocrazia. Questo avrebbe significato non soltanto sfoltire qualche ramo secco qui e là ma usare la scure o la “motosega” pesantemente sulla pubblica amministrazione come Javier Milei in Argentina oggi.
Anche in America il deficit, da un’amministrazione all’altra democratica o repubblicana, continua a salire a livelli abbastanza allarmanti anche per i mercati finanziari e il debito pubblico ha raggiunto ormai livelli quasi italiani in proporzione al pil che è enormemente più alto del nostro. Musk aveva preso così sul serio la sua operazione DOGE (Department of Government Efficiency) che si è scontrato con un potere più forte del suo, con la burocrazia che è potentissima anche negli USA. Afferma Rampini: “La cultura economica di Musk è quella del premio Nobel Milton Friedman con una fede illimitata nelle tecnologie…. Per Trump parlare di cultura economica è forse eccessivo. Però è uno che sa contare i voti.”
Infatti il presidente degli Stati Uniti, più populista che liberista, attento alla destra sociale, non voleva affatto impugnare la scure soprattutto sulle grandi voci di spesa sociale che anche negli USA sono molto importanti e cioè le pensioni e la sanità. Se Trump dovesse scegliere tra un’ideologia come il liberismo di Musk e l’elettorato operaio che lo ha portato alla Casa Bianca, che non vuole veder toccare né le pensioni (Social Security) né la Sanità pubblica (Medicare e Medicaid) che esiste anche negli Stati Uniti, non esiterebbe un istante. La sua anima populista, il suo istinto politico, demagogico quanto si vuole ma attento all’elettorato, l’hanno spinto ad una scelta che ha fatto imbufalire Musk. Al punto che ha definito la legge di bilancio di Trump “abominevole” poiché aumenta l’intervento sociale dello Stato. È quindi uno scontro naturale, positivo diciamo così, perché si svolge alla luce del sole su temi molto importanti e molto chiari, con nulla di dietrologico.
Ora possiamo chiederci dove sono finiti tutti quei commentatori che per parecchio tempo ci avevano spiegato che Donald Trump era in mano agli oligarchi del capitalismo. Il giorno 5 giugno Tesla è crollata in borsa per 150 mld di dollari poiché effettivamente i contratti governativi per acquistare le auto elettriche sono stati tagliati. Dal primo giorno ho detto che difficilmente i due potevano convivere, che i dazi erano un grossolano errore e ricordo che proprio Elon Musk, quando era a capo del DOGE, ha affermato che “… mi auguro che con l’Europa si giunga ad una zona di libero scambio a tariffe zero… “. Esattamente il contrario di quanto affermava in continuazione il presidente americano. Persino nel giorno del giuramento e dell’insediamento Trump aveva affermato che il mondo dell’elettrico era finito e Musk era lì a sentirlo. Appare incredibile che la loro liaison abbia resistito così a lungo.
Cari amici vicini e lontani, per concludere su questa straordinaria vicenda fra Trump e Musk ricordo che le nuove frontiere del liberalismo erano negli anni ’80 quelle di Reagan e della Thatcher cioè meno spesa pubblica, meno Stato, meno regole; oggi, secondo lo storico Marco Bassani, la vera emergenza è la cultura woke, il politicamente corretto e d’intorni. Aggiungo la conclusione di Rampini: “La destra sociale esce vincitrice del primo scontro serio con la tecno-destra. Ora vedremo se quest’ultima ha una base consistente, per esempio fra i giovani digitali innamorati delle criptovalute.” Entrambe le osservazioni mi paiono piuttosto corrette e condivisibili.
pellerin musk trump – MALPENSA24
