di Federico Bianchessi
Sono giornalista – felicemente in pensione, festeggerò insieme a Capodanno il decimo anniversario – e ho scritto di politica per oltre trent’anni. Di politica locale a Milano, di politica nazionale a Roma. Con cordiale insistenza il direttore di questo bel notiziario internet, già mio collega nel principale quotidiano di Varese, mi chiede di scrivere qualcosa. Un commento, un’opinione. Mi lusinga, come no, anzi mi solletica. Con assoluta libertà, precisa. Rara disponibilità, quasi unica direi oggigiorno.
Ma già questa libertà di espressione quasi finisce per imbarazzarmi. E’ un giocattolo complicato, di questi tempi, la libertà di esprimere un’opinione. Bisogna maneggiarlo con cura, per non rischiare un pasticcio. Non voglio affermare un concetto pericoloso come l’eccessiva possibilità di accedere a strumenti grazie ai quali la più banale delle idee, il più insensato pensierino, assume la diabolica potenza di un drone carico di bombe e lanciato alla cieca su una piazza affollata. Democrazia uguale libertà di parole, sacrosanto principio, indiscutibile. Ma un po’ spesso queste parole diventano parolacce. In tutti i sensi, parole brutte, parole oscene, parole proiettile.
Alt, non volevo discutere qui del sistema perverso dei social, dei like, delle fake, del fact checking e altre interessanti questioni dell’attuale sistema di informazione-disinformazione. Torno al nodo cruciale della questione postami con la richiesta di scrivere un commento. Su che cosa? E qui sta il rebus. Non si tratta di scegliere un tema qualsiasi – fate voi: la sanità, la sicurezza, la giustizia, il ponte sullo Stretto di Messina, gli immigrati, la crisi climatica, i lupi nei boschi, gli spacciatori nei boschi…che posti insidiosi sono diventati i boschi (ma forse lo sono sempre stati, da Robin Hood a Cappuccetto Rosso). Il problema con il quale si confronta il tentativo di esprimere un’opinione è la difficoltà di trovarsi d’accordo su qualcosa senza immediatamente sospettare di avere torto. Il bell’aforisma di Oscar Wilde, “se tutti sono d’accordo con me, penso di avere torto”, vale ormai innanzitutto con me stesso. Tanto più mi convinco di qualcosa, quando mi trovo a dare veste a questa convinzione tanto più mi accorgo di quanto il vestito cada storto. E in fondo hanno ragione gli altri, quelli ai quali darei torto.

Un esempio banalissimo, a caso, pescato dalle opinioni del direttore. Il crescendo inquietante di violenze nelle strade – risse, aggressioni, scippi, spari e così via – alimenta una paura diffusa tra la gente. Riportare nelle strade l’Esercito, con i militari in funzione dissuasiva verso la criminalità e di supporto alle forze dell’ordine in funzioni di sorveglianza, come propone, mi sembra un’ottima idea. Senza la sicurezza per ogni cittadino di potersi muovere tranquillamente nelle strade, ogni altro problema passa in secondo piano. La paura è la premessa di ogni perdita di libertà. Sono d’accordo. Sì o no? Ecco, ora penso come sia difficile risolvere il problema mandando alpini e bersaglieri davanti alle stazioni ferroviarie o ai palazzi di giustizia. Perché ormai la paura dilaga nei luoghi dove normalmente ci si ritrova più impreparati, luoghi di per sé protetti da una loro neutralità. Nei pronto soccorso, per esempio. Nelle aule scolastiche. Nei parcheggi dei supermercati. Nei giardini pubblici e persino nei boschi, come dicevamo prima.
E dunque, alla fine dovremmo schierare intere armate su ragnatele di invisibili trincee coincidenti con ogni spazio pubblico? Ma appunto, ecco, così passo dalla parte dell’inerzia, difendo l’indifferenza, la politica del non fare. Non sono d’accordo con me stesso, nemmeno qui. Potrei fare molti esempi: la Meloni e la Schlein, Conte e Grillo, Calenda e Renzi, la Lega e la Lega, il Pd e il Pd…e ancora, l’Unione europea, le armi all’Ucraina, la mobilità green, il canone Rai, i contributi ai partiti e così via. Sì, no, quasi, però. Non dirò il nome del partito per il quale ultimamente ho espresso la preferenza, ma è quello forse più addestrato nelle ambiguità, nel sostenere insieme il sì, il no e il forse. Sì ma, no però. Credo sia questione di dna, un vizio congenito portato dal padre e dalla madre, congiunti in senilità dopo un fidanzamento durato quarant’anni e a dir poco litigioso!
Quindi mi do torto anche quando voto. Capisco di non essere solo, né l’unico in questo imbarazzo. Contagioso, del resto, senza più esclusive e marchi di fabbrica. Si contraddicono tutti, due volte al giorno. Altro aforisma di Wilde: “Adoro i partiti politici. Sono ormai gli unici posti dove non si parla di politica”. Dalla commedia Un marito ideale, 1893. E’ proprio così. Ma forse no. Non so se essere d’accordo o contrario. Insomma, alla fine, caro direttore, farò come la maggioranza degli elettori italiani: me ne resto a casa, non scrivo nessuna opinione, né su una scheda né su un giornale. Mi mancherebbe soltanto, in crisi di identità (e se fosse proprio questa la vera crisi di oggi, diventare sempre di più uno, nessuno e centomila, senza poter sapere da che parte ci pende il naso?), di doverti poi mandare una smentita e polemizzare con me stesso!
bianchessi non opinione – MALPENSA24
