VARESE – «Oggi siamo con uno space shuttle che ci sta lanciando un orbita». Così Ravo, street artist di Gavirate ha parlato ieri, giovedì 5 settembre, in Sala Montanari delle delle nuove frontiere aperte a livello creativo dall’intelligenza artificiale. L’occasione è stata la seconda serata del festival Varese Archeofilm che l’ha visto ospite speciale, intervistato da Marco Castiglioni, per la proiezione di “Banksy e la ragazza del Bataclan”, documentario seguito da “Li chiamiamo Vichinghi”, dedicato alle ultime scoperte sulle popolazioni scandinave che nell’Alto Medioevo si affermò come i migliori carpentieri e navigatori del loto tempo.
Valore simbolico e confine
Il primo filmato, ricordando l’esigenza umana di comunicare le proprie emozioni su superfici verticali già ai scrivendo sulle grotte della preistoria, ha raccontato il furto e ritrovamento della porta del Bataclan. Scelta per il suo valore simbolico dal misterioso Banksy – da lì molti erano fuggiti durante l’attacco dei terroristi islamici, salvandosi così la vita – che ha reso omaggio a vittime e superstiti raffigurandoci una ragazza triste. L’atto ha però anche caricato l’oggetto di un ulteriore significato, quello di un nuovo e probabilmente smisurato valore economico, da cui la decisione di tre ragazzi, aiutati da un complice, di trafugare la porta nel 2019. Le vicissitudini dell’opera, in seguito recuperata in Abruzzo, hanno indotto una riflessione: «Non sono contrario alla mercificazione – ha dichiarato Ravo – ma bisogna stabilire un confine tra l’arte creata in strada che viene rubata e ciò che fatto in un atelier».
Il tempo e il luogo giusto
«Banksy è un ex writer di Bristol», ha spiegato Andrea Mattoni – questo il vero nome dell’autore dell’angelo di Somma – che conosce alcuni componenti della crew dell’artista inglese. Il suo successo non si deve alla tecnica da lui usata degli stencil, peraltro semplici come struttura, bensì – queste le parole del documentario – al “collocarli nel tempo e nel luogo giusto, nei punti dove passa la Storia. Resta in sospeso l’interrogativo se sia una persona che risponde, lanciando messaggi, alla domande dell’attualità o, semplicemente, la sfrutti”. Ravo ha offerto un’ulteriore prospettiva: «I cartoni preparatori di Michelangelo per la Cappella Sistina si possono già considerare stencil, così come si può parlare dell’ottica fotografica nel caso della camera oscura di Vermeer. Quanto ai graffiti, esistono dagli anni Sessanta. Arrivo da quel mondo perché è una della quattro discipline – insieme a rap, djing e breakdance – in cui sfidano i ragazzi dell’hip hop».
Voler fermare uno tsunami con un foglio di carta
La street art deriva però dai graffiti, e se ne differenzia: «Non solo vuole comunicare a un pubblico più ampio ventaglio di spettatori ma anche nasce anche dalla commistione con un’altra cultura, quella punk. Parigi è il luogo dove viene tenuta in maggiore rispetto. Lì mi sento a casa, conosco bene il Bataclan, ed è a Parigi la principale galleria che mi rappresenta». Classe ’81, l’artista ha cominciato nel 1995 disegnando con le bombolette spray sui vagoni delle Ferrovie Nord, in un’epoca in cui «erano le più ambite in tutta Europa perché c’erano meno controlli, infatti non si trovava uno spazio libero». Poi lo shock dell’incontro con le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale: «È come quando è avvenuto il passaggio dalle macchine fotografiche a pellicola a quelle digitali. E andarci contro è come voler fermare uno tsunami con un foglio di carta».
Esplorazione a basa di Vermeer, Delacroix e Caravaggio
Per Ravo si avvicina la personale alla galleria Bocca Nera di Milano mentre tra i luoghi della prossime commissioni ci sono Syracuse, Bruxelles e Mons. Il progetto di riportare nelle strade l’arte classica, e in particolare Caravaggio, attraverso i graffiti «mi reso celebre ma – ha osservato l’artista – era uno dei tanti che avevo nel cassetto: mi è poi “esploso” tra le mani». La mostra appena conclusa al Castello di Masnago l’ha visto come protagonista proprio con l’intelligenza artificiale: «Facendo uso della tecnologia open source Stable Diffusion come assistente, l’ho “nutrita” con immagini classiche e ha iniziato a comprendere Vermeer, Delacroix e Caravaggio; poi, avendo sette sale a disposizione, ho potuto esplorare ben sette direzioni differenti». Come ha puntualizzato Castiglioni, «una concezione di arte certamente diversa, ma allo stesso tempo antica».
Essere vichingo: uno stile di vita
La street art ha quindi lasciato il testimone alle raffinate opere d’arte e artigianato dei vichinghi, non solo violenti razziatori come si pensa comunemente. Tra i punti di forza della loro prima espansione c’è stata la creazione un modello di commercio sulla lunga distanza con una rete capillare, favorita da un fattore chiave: l’invenzione rivoluzionaria della caratteristica barca lunga. Un popolo che, raggiunta l’Islanda, è stato in grado di passare alla Groenlandia per poi approdare, intorno all’anno Mille, sulle coste del Nord America: tra le ragioni che li spinsero a nord, fino a toccare l’isola da cui partire verso nuove destinazioni ignote, l’esigenza di trovare materiali da commerciare.
Altri miti da sfatare sono gli elmi con le corna, convinzione probabilmente dovuta all’uso in scena nell’Ottocento per le opere di Wagner, e la diffusione di capelli biondi e occhi azzurri: le analisi hanno infatti rilevato un’ampia quantità di popolazione bruna, dovuta probabilmente a “una grande mescolanza con altre popolazioni”, probabilmente mercanti e schiavi. “Essere vichingo era uno stile di vita, non era necessario essere scandinavi”. A segnare la fine della loro supremazia, nella seconda metà del decimo secolo, è stata a progressiva unificazione dei tanti piccoli regni, aiutata anche dal prevalere del Cristianesimo, sotto l’unica egida di quello di Danimarca.
Miti fondanti del Mediterraneo, Varese Archeofilm festival «maturo e sentito»
