Varese, diffamazione: assolta Lucia Uva. «Chiedeva la verità per il fratello»

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VARESE – «Gli intervistati hanno fornito la descrizione di quanto hanno visto e sentito senza avere l’intento di diffamare gli agenti». Così il Gup di Milano Anna Calabi ha motivato la sentenza con cui, il 13 maggio scorso, ha prosciolto in sede di udienza preliminare dall’accusa di diffamazione nei confronti di due carabinieri e quattro poliziotti Lucia Uva (nella foto), sorella di Giuseppe, l’operaio di Varese morto a 43 anni nel giugno 2008 dopo essere stato fermato mentre, con l’amico Alberto Biggiogero, stava schiamazzando in via Dandolo a Varese. A richiedere l’intervento delle forze di polizia erano stati i residenti quando i due avevano spostato anche delle transenne in mezzo alla strada. Uva in caserma aveva dato in escandescenza ed era stato sottoposto a un Tso. E’ morto alcune ore dopo all’ospedale di Circolo di Varese.

L’intervista a Linea Gialla

La sorella dell’operaio, difesa dal legale Fabio Ambrosetti, era imputata, assieme ad Alberto Biggiogero, uno dei testi principali del processo sul caso Uva, e ad altre 6 persone (tutti prosciolti), tra direttori di testate e giornalisti, per alcune affermazioni rese nel corso della trasmissione televisiva ‘Linea gialla’ nel dicembre 2013.

Il processo era ancora in corso

Per la morte di Uva erano finiti imputati due militari e sei agenti che, nel luglio del 2019, sono stati assolti in via definitiva. Nella trasmissione Lucia Uva aveva detto che, dopo aver visto il «sangue» in una parte del corpo del fratello, aveva pensato che fosse stato «seviziato», «massacrato» per una «lezione che gli volevano dare». Ricostruzione completamente smentita nei tre gradi di processo: Uva morì a causa di una malformazione cardiaca, non emerse mai traccia di un eventuale pestaggio a suo carico. Per il gup Calabi, che ha accolto la richiesta di proscioglimento del pm Luigi Furno nel procedimento nato dalla denuncia di agenti e militari, Biggiogero e la sorella dell’operaio «si sono limitati a narrare» quanto avevano «rispettivamente udito e visto la notte del fermo e del successivo decesso dell’amico e fratello». E Bigioggero ha «riferito di aver udito le urla dell’amico mentre erano in caserma» confermando ciò che aveva denunciato. Al momento di quelle interviste, fa notare il gup, «pendeva il processo nei confronti» delle «persone offese» dalla presunta diffamazione, poi «assolte» dalle accuse di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.

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