di Massimo Lodi
Prima duemila emendamenti, poi millecinquecento, a seguire l’inevitabile progressivo calo. Nelle more, una gran perdita di tempo e soldi: ogni seduta ha il suo caro prezzo. Sintesi: il bilancio sarà comunque approvato, sia pure in tempi biblici. Con quale vantaggio? Bellissima domanda. Nessunissima risposta. A proposito di domanda: succede a Roma? No, succede a Varese.
Ah, però. Varese Milano la terra lombarda: così diversi dalla costumanza capitolina. Dove, Fontana dixit, tira sempre una cert’aria all’amatriciana. Cioè: qui siamo d’un altro sugo. Ok, d’accordissimo, l’è propri inscì. Ma allora: perché nel Consiglio comunale di Varese la Lega, all’opposizione della giunta Galimberti, sceglie un metodo d’azione che tanto ricorda l’ostruzionismo romano, parlamentare, di Camera e Senato?
Il piano finanziario municipale è roba importante. La più importante. Il quisque de populo, per esempio chi scrive, dice a sé stesso: se le minoranze hanno obiezioni utili, le esprimano, si focalizzino su una due tre poche questioni rilevanti, agiscano nel nome d’una cittadinanza cui non importa che il governo di Palazzo Estense cada in ambasce. Importa che l’urbe (minuscola, ma di maiuscolo valore all’occhio locale) funzioni parfaitment, come francesava il duca Francesco III, nostro signore d’una volta. Qualora sindaco e assessori si dimostrino inadeguati, beh, aiutiamoli. Aiutateli. Si chiama reciproca collaborazione nell’interesse-total.
Essendo impensabile che, per quanto stretta in simili difficoltà procedurali, la giunta ceda allo scossone e invece tiri dritto sino al termine della legislatura, a cosa giova l’ideona strategica? Certo non a dare dell’opposizione, o almeno della sua parte di maggior cifra identitaria, l’immagine d’un gruppo che innalzi a mo’ di luminosa fiaccola il pragmatismo. Ne discende un successivo step: è questo lo spirito lombardista, de-amatricianizzato, virtuoso cui ci si potrebbe affidare quando verrà l’ora del rinnovo civico?
Forse un tale ragionamento del citato quisque de populo è semplicistico, banale, ingenuo. Però trattasi d’una sprovvedutezza di valutazione non singola, isolata, irrilevante. Salite sul pullman, entrate in un negozio, andate al bar o cimentatevi in ogni diverso atto della quotidianità: se provate a tirar fuori l’argomento bilancio comunale e i duemila, millecinquecento e l’inevitabile progressivo calo degli emendamenti leghisti, non riceverete una risposta nel romanesco di segno trilussiano/locandiero. Ma nel bosino di suono poetico/dialettale. Quella lingua -ma sì, chiamiamola lingua, con improprio orgoglio- che, adoperata in guisa d’arma dissacrante dal Nord anti-Sud, fece quarant’anni fa le fortune della Lega. Mentre oggi rischia d’arrecarle solo sventura.
Forse è il caso d’emendarsi, fin che se ne ha ancora l’opportunità saggia, da una recita cui d’ingegnoso sembra appartenere zero. Tuttavia, umilmente: magari il quisque de populo si sbaglia, incapace di cogliere sottigliezze vietate a un grossier non aduso nel comprendere le sfumature dell’arte politico-amministrativa. Però sarebbe utile, a lui e a tanti come lui, la spiegazione del perché d’un metodo così ostico da far intendere alla gente comune e però fuori del Comune. Ai rappresentati, che faticano a riconoscersi nei rappresentanti.
