Varese, presa a calci per un piercing all’ombelico: «L’ho dovuto togliere»

VARESE – «Mi seguiva, sapeva sempre dove trovarmi. Controllava i miei accessi su Whatsapp, mi criticava per l’abbigliamento e i miei tagli di capelli, e quando ho comprato la macchina nuova ha detto che avevo fatto la poco di buono per averla».

Parole pronunciate da una 37enne davanti ai giudici del Tribunale di Varese nelle battute iniziali di un processo per maltrattamenti e lesioni in cui la donna è persona offesa. In aula, a pochi metri da lei, l’ex compagno, un luinese di 42 anni accusato di diversi atti di violenza fisica e verbale nei confronti della donna, madre di suo figlio, che ancora oggi – i fatti sono avvenuti in un paese della Valmarchirolo tra il 2016 e il 2022 – vive in una struttura protetta.

Lungo interrogatorio

La 37enne ha risposto alle domande delle parti in un lungo interrogatorio che le ha riportato alla mente episodi fatti di sofferenza: dalle umiliazioni che sarebbero scattate durante le liti («sei grassa come una botte», «non vali niente come madre», «guarda come sei conciata, non ti vergogni con l’età che hai?», ai calci che l’ex le avrebbe rifilato la sera di Natale del 2016, dopo aver scoperto che la compagna si era fatta un piercing all’ombelico, senza dirgli niente: «Mi ha colpita e spinta dal bar fino a casa, e mi ha obbligato a togliere il piercing. Il giorno dopo mi ha detto di guardare nella sua giacca. C’era una corda. Non so cosa volesse farci, ho avuto paura».

I tradimenti

Dalle domande della difesa (l’imputato è assistito dall’avvocato Corrado Viazzo, la persona offesa, e parte civile, è assistita dall’avvocato Chiara Di Giovanni), è emerso un ulteriore aspetto che avrebbe inciso sulla travagliata relazione, cioè l’infedeltà della 37enne: «L’ho tradito tre volte – ha detto la donna parlando dell’ex compagno – e anche per questo le ho prese».

In ospedale

L’ultimo atto prima della denuncia risale al marzo 2022. A casa della coppia arrivarono i carabinieri, chiamati da un vicino di casa che aveva sentito urlare. «Stavamo discutendo per uno sciroppo da dare a nostro figlio – ha ricordato la donna – Mi ha sbattuto contro il muro e mi ha spinto per terra. Alla fine mi ha chiesto scusa». La donna fu portata in ospedale e ne uscì con dieci giorni di prognosi. Poi andò dai carabinieri, perché aveva sopportato abbastanza.

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