Violenza di genere, l’apologo di Lavinia Limido: «Dalle ferite la forza per rinascere»

Lavinia Limido

«C’è stato un serpente che ha seminato il suo veleno, che mi ha ferita e che con quella ferita mi ha reso più forte. Con quella forza il serpente è stato sconfitto. Io so che un giorno ritornerà, ma so anche che per lui non ci sarà più nessuna possibilità perché la giustizia dovrà fare il suo corso». Nella Giornata mondiale (25 novembre) contro la violenza di genere Lavinia Limido regala ai lettori di Malpensa24 un racconto potente «un messaggio di forza e di speranza per tutte le donne. Prima del 6 maggio 2024 ho letto in una leggenda del Nord Europa che l’antidoto contro il veleno di un serpente viene dal sangue di chi è stato morso. E’ un concetto che mi è rimasto dentro e che dopo il 6 maggio 2024 è diventato realtà: la forza per affrontare la violenza è venuta da dentro di me. Come se fossi rinata dalle mie ceneri e così può essere per tutte le donne».

Lavinia è stata quasi uccisa a Varese, il 6 maggio 2024, dall’ex marito Marco Manfrinati che ha assassinato l’ex suocero Fabio Limido intervenuto per soccorrere la figlia. «Il sacrificio di mio padre è stato troppo grande perché questa storia sia chiusa solo a metà – dice Lavinia – So che, anche se condannato all’ergastolo, lui un giorno uscirà. Nel mio racconto c’è anche un altro messaggio che reputo importantissimo: bisogna sempre denunciare. E’ vero la giustizia va migliorata, ma è altrettanto vero che tutto parte da una una denuncia. Se non ci si affida alla giustizia la violenza non finirà, o peggio qualcuno penserà di potersi fare giustizia da solo. Ed entrambi questi presupposti sono inaccettabili». Il racconto/apologo di Lavinia è originale: «In questo racconto c’è la storia di quello che mi è successo e di ciò che sono oggi. E queste parole sono per le donne, per tutte coloro che subiscono o hanno subito violenza».

Lavinia, il suo apologo

C’era una volta, tanti secoli fa, nella valle di Althea, un pastore di nome Miron. Le sue pecore erano conosciute per la lana candida e la quiete con cui pascolavano lungo i ruscelli che scendevano dalle montagne. Tra gli animali della valle, però, vi era anche il Nero Lamio, un serpente dalle squame scure e dagli occhi color fuoco. Il suo morso, secondo le leggende, era così velenoso da fare appassire l’erba nel punto in cui cadeva la vittima.

Un pomeriggio, mentre Miron guidava il gregge verso l’abbeveratoio, un improvviso fruscio tra le rocce gelò l’aria. Prima che potesse intervenire, il Nero Lamio balzò fuori e morse la zampa di una pecora. L’animale belò e crollò al suolo. Disperato, Miron la caricò sulle spalle e corse verso la capanna della guaritrice del villaggio, Maite, una donna anziana i cui occhi vedevano più del normale.

Maite osservò la ferita, poi annuì lentamente. “Da secoli si tramanda che il veleno del Lamio è terribile, ma ciò che lo spegne viene dalla stessa creatura che è stata colpita da lui. Il sangue della pecora di questa valle contiene una forza antica, un dono che gli spiriti degli altipiani diedero loro per sopravvivere ai serpenti velenosi”. Con mani esperte, Maite raccolse qualche goccia del sangue di quella pecora – viva ma molto indebolita – e lo mescolò con erbe battute. Lo applicò sulla ferita, mormorando parole che sembravano vecchie come le montagne.

La pecora tremò, poi la sua respirazione si fece più regolare. Dopo qualche ora, aprì gli occhi e si rimise in piedi. Miron pianse di sollievo. Nei giorni che seguirono la guarigione, Miron notò qualcosa di strano tra le sue pecore: quella che era stata morsa sembrava diversa. Non più debole, non più indifesa. Quando il vento sollevava la lana, si poteva vedere una piccola cicatrice d’argento, come se la ferita avesse catturato un raggio di luna.

Dopo la guarigione della pecora, Miron e Maite sapevano che il Nero Lamio sarebbe tornato. Il serpente, infatti, era noto per non abbandonare mai una preda sfuggita al suo veleno. Una notte di tempesta, tra lampi che squarciavano il cielo, il Nero Lamio ricomparve al margine del pascolo. Le sue scaglie brillavano sotto la pioggia, e stavolta la sua intenzione era chiara: finire ciò che aveva iniziato.

La pecora guarita face un passo avanti, tremante ma determinata. Miron corse per proteggerla, ma Maite lo fermò: “Questa battaglia non si combatte con la forza, ma si combatte con ciò che è puro”. La pecora alzò il muso verso il cielo, e la sua cicatrice d’argento iniziò a brillare. Una luce bianca, intensa, avvolse il suo corpo. Era la stessa forza misteriosa che l’aveva salvata dal veleno, ma ora era divenuta più potente.

Il serpente avanzò, digrignando le fauci. Ma quando la luce lo toccò, si ritrasse, sibilando. Provò ancora una volta a colpire, ma la luminosità della pecora lo respinse come una barriera. “Il bene non è debolezza – mormorò Maite – ma è ciò che il male non può sopportare”.

Con un ultimo balzo, il Nero Lamio si scagliò contro di lei, ma la luce esplose in un bagliore immenso che illuminò l’intera valle. Quando il bagliore svanì, il serpente non c’era più: dissolto, vinto, annientato dalla purezza che aveva tentato di corrompere. La pecora, stanca ma illesa, tornò accanto al pastore. Da qual giorno, nessun serpente velenoso apparve mai più nella valle.

Omicidio Limido, «Marco Manfrinati non un pazzo, è un assassino»

violenza genere lavinia limido – MALPENSA24
Visited 834 times, 1 visit(s) today