di Andrea Minchella
VISTO
YELLOWJACKETS, di Ashley Lyle, Bart Nicherson (Stati Uniti 2021- in produzione, 56/58 min. x 19, Showtime Networks, Paramount Plus).
Ci risiamo. L’estate, oltre le ondate di caldo africano sempre più insostenibili, porta con sé la solita, scarsa e deprimente offerta cinematografica. Anche con il tentativo di abbassare i prezzi del biglietto grazie agli incentivi del ministero della Cultura (solo per i film italiani ed europei!), la distribuzione preferisce mettersi in “stand by” più tosto che re-inventarsi e costruire una nuova stagione, quella estiva, in cui riversare, come succede da sempre negli Stati Uniti, titoli importanti e pellicole attese. La scelta dello spettatore spaesato ed accaldato è sempre tra un film “rimasuglio” di qualche casa di distribuzione miope e annoiata o uno dei titoli di successo della stagione invernale rimessi in circolo. Nelle piattaforme non va meglio, come se il cinema e la televisione “on demand” avessero fatto un patto di non belligeranza.
Vale la pena, dunque, in questa valle di lacrime, segnalare un bel progetto che possiamo trovare su Paramount Plus. “Yellowjackets” è una fresca ed interessante produzione americana la cui seconda stagione è stata recentemente proposta sul canale “on demand” del famoso studio di produzione statunitense.
Gli ideatori Lyle e Nicherson, moglie e marito, hanno scritto questa serie prendendo spunto dal terribile “Il Signore delle Mosche”, “best seller” dello scrittore britannico William Golding, in cui un gruppo di adolescenti maschi che si ritrova su un’isola paradisiaca, a causa di un incidente aereo, incomincia a vivere un’inesorabile e pericolosa regressione civile pur cercando in ogni modo di autogovernarsi e di convivere pacificamente. I due autori invece mettono al centro della storia un gruppo di ragazze, giocatrici di calcio, che precipitano nel 1996 con il loro aereo sulle montagne canadesi. La loro sopravvivenza durerà più di un anno e mezzo prima che vengano ritrovate quasi tutte vive.
La serie racconta la vicenda della loro sopravvivenza, per alcuni versi misteriosa e poco chiara, contestualizzandola in una linea narrativa che inserisce altri due piani temporali. Il presente, in cui le superstiti sono adulte, e il passato prima che avvenisse l’incidente. Questa continua miscelazione dei piani temporali, perfettamente incastonati tra loro soprattutto nella prima stagione, fornisce alla produzione un’elevata e sodisfacente capacità di intrattenere ed incuriosire lo spettatore giovane e affamato di nuovi stimoli narrativi. Oltre che della sopravvivenza cui sono costrette le protagoniste, la vicenda è incentrata sui comportamenti quasi animaleschi che piano piano emergono dando vita ad una tensione religiosa laica ed ancestrale che permea ogni azione delle ragazze. I riti che perpetuano e che subiscono sono la naturale conseguenza di una cattività sociale che scardina ogni principio etico o morale.
La serie è leggera nello stile ma profonda nella trama. I personaggi sono perfettamente ritagliati ed adagiati su una sceneggiatura articolata e spiazzante che avrebbe dovuto essere premiata con un Emmy. Il ritmo, soprattutto nella prima stagione, è frenetico e poi rallentato tanto da indurre lo spettatore ad una sorta di sincope primordiale che lo catapulta direttamente nello “chalet” dove le giovani superstiti cercano con ogni tentativo di convivere senza cadere nel turbine degli istinti ancestrali più nascosti.
La produzione è vincente grazie ad un cast costruito su misura della trama e dell’ambientazione. Fra le attrici spiccano sicuramente Christina Ricci, Melanie Lynskey, Sophie Thatcher e Sophie Nélisse. La stralunata Juliette Lewis apporta una necessaria dose di “punk” che rinvigorisce la struttura dell’intera serie.
Un posto centrale è certamente occupato dalla colonna sonora che, a partire dalla sigla con il brano “No Return” scritta apposta per la serie, trasforma la narrazione della vicenda in una patinata ricostruzione analogica di fatti avvenuti negli anni 90 quando il “punk” miscelandosi con il disagio giovanile sfociò nel “grunge” e nelle sonorità maledette di quel periodo storico. Ogni canzone rimanda ad una giovinezza che non c’è più ma che, inconsciamente, plasma ogni nostro comportamento, pensiero o desiderio.
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RIVISTO
ALIVE- SOPRAVVISSUTI, di Frank Marshall (Alive, Stati uniti 1993, 125 min.).
Un fatto realmente accaduto nel 1972. L’aereo su cui vola la squadra universitaria uruguaiana di rugby mentre sta sorvolando le Ande precipita. Dopo molti giorni e scelte difficili, due dei superstiti decidono di attraversare le Ande per raggiungere il Cile, dove riusciranno a chiedere aiuto. Dei 33 sopravvissuti iniziali, solo 16 fecero ritorno a casa, non senza dar vita a dubbi e critiche sulle scelte estreme che furono compiute.
Frank Marshall, collaboratore storico di Steven Spielberg, si focalizza sull’aspetto scenografico della vicenda, tralasciando, forse, una più complicata analisi delle anime che furono costrette ad azioni feroci pur di soddisfare un innato spirito di sopravvivenza che risiede in ogni uomo.
