VISTO&RIVISTO Apprezzabile l’impegno, ma non basta

visto rivisto cortellesi
Paola Cortellesi in C'è ancora domani

di Andrea Minchella

VISTO

C’E’ ANCORA DOMANI, di Paola Cortellesi (Italia 2023, 118 min).

Paola Cortellesi, come tante sue colleghe hanno fatto negli ultimi anni, ha deciso di diventare regista. La volontà di mettersi dietro la macchina da presa è sempre un’operazione difficile e piena di insidie. Masticare cinema e frequentare l’ambiente in cui prendono forma film e produzioni televisive può dare l’impressione di essere pronti a girare un film. Ma realizzare un progetto cinematografico è difficile e molto pericoloso. Paola Cortellesi commette il primo grande errore decidendo di raccontare una storia molto moderna e attuale mascherandola da una vicenda che risale al dopoguerra. Non basta un bellissimo e curato bianco e nero per raccontare una storia apparentemente antica. Il primo lavoro di un regista dovrebbe essere leggero e semplice, magari incentrato su fatti contemporanei, per dargli la possibilità di prendere bene le misure con tutti gli elementi, complessi e numerosi, che compongono un film. Impegnarsi in una narrazione di una vicenda lontana dal nostro presente aumenta vorticosamente la possibilità di commettere errori, stilistici, grammaticali o di sostanza, che possono irrimediabilmente compromettere l’intero progetto. Paola Cortellesi rischia il tutto per tutto, e anche se la maggior parte della critica promuove il suo racconto, personalmente ho trovato parecchie lacune e diverse zone d’ombra nell’esordio alla regia della giovane artista romana.

La sceneggiatura, prima di tutto, risulta scarna ed eccessivamente semplice. L’intento di raggiungere il più vasto numero di spettatori sembra più uno spudorato calcolo commerciale che un nobile desiderio di raccontare una storia al mondo intero. Questo sospetto diventa più consistente quando ascolto alcune battute che sembrano essere state scritte a favore dell’immancabile risatina del pubblico che, come un metronomo del sorriso, ha accompagnato con ritmo cadenzato tutta la proiezione del film. La convivenza, poi, confusa e ingiustificata, di un registro comico con un’impronta più drammatica mi ha disorientato ed allontanato dal capire cosa la regista mi voleva davvero raccontare.

Al di là degli stereotipi, dei luoghi comuni, della banalità di alcune sequenze, della retorica grammaticale e della plasticità di certe smorfie di Paola Cortellesi, non sono riuscito a cogliere il senso vero di questo racconto. La denuncia al patriarcato, ad una certa ipocrisia, alla sottomissione continua e legittimata della donna in ogni forma sociale e politica dell’epoca non giustificano un racconto monocorde che dà l’idea di voler piacere a tutti i costi e a chiunque piuttosto che di voler tratteggiare, o avere l’intento sincero di farlo, una storia universale con un linguaggio nuovo, moderno ed innovativo. La semplificazione estrema di un concetto o di un messaggio non lascia spazio di critica o di riflessione al pubblico. Ciò che ci viene descritto in “C’è ancora domani” è già stato analizzato e giudicato dal regista. E dunque lo spettatore è limitato al solo ruolo di inglobare inerme un giudizio altrui. Peccato. 4

Questo film vuole restituire una condizione complessa, della famiglia e della società del dopoguerra, estremizzandola fino a farla diventare una sorta di incubo sociale in cui molti italiani, soprattutto italiane, vivevano senza via di scampo. Qui il secondo grande errore di Paola Cortellesi che confonde l’arte di raccontare con la didattica cinematografica del racconto. La storia della protagonista vuole essere epica di una generazione intera di donne, ma rimane la vicenda personale di Delia e della sua famiglia. La figura di Delia viene caricata di simboli e miti che faticano a riflettere un’identità forte e definita della donna del dopoguerra. La descrizione di Delia sembra più un “collage” di immagini ricalcate che un’inedita testimonianza della sofferenza profonda, antropologica ed ancestrale della donna nella maschiocentrica e misogina società antica, moderna e contemporanea. La figura della donna e la sua sempre difficile posizione nel mondo non ha certo bisogno di retorica o di stereotipi. C’è bisogno, soprattutto oggi in cui si fatica a veicolare un messaggio inedito e sincero, di un presidio, anche artistico e cinematografico, di storie e di vicende che siano testimonianza vera, scomoda, potente e cristallina di donne che hanno avuto la capacità di sovvertire un sistema prepotente ed opprimente che da sempre trova spazio ed energia.

Insomma Paola Cortellesi avrebbe potuto esordire con un lavoro più piccolo e sussurrato in cui avremmo potuto con più facilità distinguere la capacità poetica di descrivere un’emozione o di tratteggiare un’immagine senza l’eccessivo carico di retorica grammaticale e di prevedibilità scenica che offuscano l’intento della Cortellesi, certamente nobile, di raccontarci una storia.

***

RIVISTO

ALICE, di Woody Allen (Stati Uniti 1990, 106 min.).

Un piccolo capolavoro in cui Alice, una travolgente Mia Farrow, diventa epica ancestrale e fantastica della donna che si ribella al ruolo che l’uomo le ha sempre dato e le vorrebbe dare per sempre.

Una storia di emancipazione femminile senza retorica né sconti che Allen riesce a raccontare con una potenza narrativa unica e magica.

visto rivisto cortellesi – MALPENSA24
Visited 100 times, 1 visit(s) today