di Andrea Minchella
VISTO
LA ZONA DI INTERESSE, di Jonathan Glazer (The Zone of Interest, Regno Unito- Polonia 2023, 105 min.).
La memoria è anche questo. È restituirci in maniera schietta e non retorica i dettagli che hanno caratterizzato una delle pagine più scure dell’umanità. Ciò che è successo in quegli anni lo sappiamo bene e, a parte qualche movimento negazionista che ogni tanto cerca di risalire la china raccontando e raccontandosi fantasie peggiori dell’ancestrale credenza che la terra sia piatta, abbiamo ben chiaro chi sia stato il carnefice e chi, invece, abbia incarnato il ruolo della vittima. Come ci dice il regista in alcune sue interviste, descrivere ad oltranza (con le immagini di un film, per esempio) ciò che in quei campi succedeva, rischia di trasformare quella testimonianza in pura ossessione feticista del dolore immane e dei corpi straziati dei prigionieri. Raccontare, invece, ciò che accadeva indisturbato nelle vicinanze di quei luoghi dell’orrore è la vera scommessa che gli artisti possono raccogliere nel dipingere storie incentrate sull’agghiacciante concetto della banalità del male, teorizzato per la prima volta nel 1964 dalla storica e filosofa Hannah Ardent che seguì la vicenda della cattura e del processo del gerarca Adolf Eichmann. Ciò che vuole indagare Glazer è proprio l’ordinario, l’usuale, la quotidianità, in cui si incastravano le vite di tutti quelli che non si chiedevano davvero che cosa avveniva al di là del muro, da dove provenivano indistinti pianti, grida, lamenti.
“La Zona di Interesse” svela al pubblico la vita della famiglia Hoss che ha vissuto per diversi anni adiacente il perimetro del campo di Auschwitz. Il capo famiglia Rudolf ne era il comandante. La moglie e i cinque figli passavano le loro giornate nella grande e luminosa casa il cui muro di cinta li separava dal gigantesco campo i cui rumori litanici e continui erano ormai diventati parte integrante delle loro esistenze. Indisturbati ognuno svolgeva le sue mansioni di casa: chi cucinava, chi giocava con il cane, chi si occupava della botanica (piante rigogliose e cariche di rara bellezza) e chi piangeva per essersi fatto la bua sul ginocchio. Glazer filma in maniera ossessiva la normalità, quasi travolta da una noia endemica, di una famiglia che affronta le mille difficoltà di ogni famiglia normale. E gli Hoss, ci spiega Glazer, sono una famiglia normale. Vivono le loro esistenze in una sorta di acquario del paradosso in cui ciò che accade dall’altra parte del muro è una faccenda che riguarda soltanto il capofamiglia. Se i bambini possono essere compresi nella loro innocente indifferenza, la moglie di Rudolf e tutti gli adulti che frequentano quella casa si macchiano di uno dei crimini più inquietanti che si possono commettere a ridosso di gravi e giganteschi eventi come quelli: l’indifferenza.
Più della cieca violenza perpetuata nei campi, che fu decisa a tavolino da alcuni gerarchi vicini ad Hitler e che fu presa da molti solo come una “difficile” questione militare da portare a termine, l’aspetto che inquieta l’autore del romanzo “La Zona di Interesse” Martin Amis, prima, e il regista Jonathan Gazer, dopo, è proprio l’impermeabilità di molte persone che hanno subito quelle atrocità senza mai chiedersi davvero cosa stava succedendo. Il giudizio sul genocidio è già stato chiaramente espresso, Glazer non vuole giudicare la famiglia Hoss. Ma vuole cristallizzare un certo atteggiamento umano e la sua diabolica capacità di adattarsi a quasi tutti gli scenari che si presentano.
Grammaticalmente il film è un vero capolavoro. I campi e controcampi utilizzati da Glazer accentuano il paradosso tra la vita degli Hoss e il delirio del campo. Il suono ossessivo della pellicola è il suono ossessivo del campo che non poteva non essere udito nelle sue vicinanze. Quel sonoro diventa una litania lontana che inquina ogni inquadratura pulita e architettonicamente perfetta. La nausea, come accade per Rudolf nelle ultime inquadrature, diventa l’unica vera emozione che riusciamo a provare addentrandoci sempre più nel racconto. L’imbarazzo diventa insostenibile quando l’immedesimazione con gli Hoss è quasi automatica. È come se Glazer, trasformando il romanzo del 2014 in uno dei film più inquietanti degli ultimi anni, volesse sottolineare quanto il mondo contemporaneo si comporti sempre più come gli Hoss, intento a vivere la propria esistenza, serena e pacifica, a pochi passi dai luoghi dove si perpetuano i peggiori crimini o dove avvengono le più gigantesche tragedie.
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RIVISTO
ARRIVEDERCI RAGAZZI, di Louis Malle (Au Revoir Les Enfants, Francia- Germania Ovest-Italia 1987, 105 min.).
Un piccolo racconto malinconico in cui l’oppressione delle violenze dei campi di concentramento aleggia nell’aria come un fantasma. Storia commovente di un’amicizia tra due ragazzi terminata troppo in fretta. Una pellicola firmata egregiamente da un Louis Malle che inserisce nel film parte della sua biografia adolescenziale. Da rivedere.
