di Andrea Minchella
VISTO
A COMPLETE UNKNOWN, di James Mangold (Stati Uniti 2024, 141 min.).
Mitologico. Epico. Enigmatico. Riservato. Eclettico. Scontroso. Libero. Bob Dylan è questo e molto altro. Raccontarlo in un film “convenzionale” poteva essere un grande pericolo. Molti “biopic” prodotti in questi anni si sono rivelati incompleti e grossolani o, in alcuni casi, disastrosi. Ma James Mangold, capace e attento regista, scrive e dirige un interessante ritratto di uno degli artisti più controversi del novecento. Mangold, che già ha raccontato un gigante della musica americana con l’esplosivo “”Quando L’Amore Brucia L’Anima” sulla vita incendiaria di Jonny Cash, parte da un buon libro, “Dylan Goes Electric” di Elijah Wald, e realizza una pellicola molto asciutta e profondamente ancorata al cantante e ad un breve periodo della sua lunga carriera che va dal sorprendente esordio dei primi anni sessanta fino alla inaspettata e molto criticata “trasformazione elettrica” del 1965.
Mangold costruisce la sua narrazione con garbo e ordine mettendo al centro della pellicola la musica potente ed evocativa del cantautore americano. Riesce a poggiare la sua opera sulla scelta azzeccata di fare interpretare Bob Dylan all’istrionico Timothée Chalamet che da subito assume le sembianze più intrinseche e intime dell’autore. Guardando il film ci sembra di vedere una poetica e realistica proiezione di Bob Dylan che canta e suona con una naturalezza disarmante. Sullo schermo si muove con spontanea leggiadria un’immagine idealizzata, quasi onirica e dai lineamenti indefiniti, che tutti noi abbiamo di Bob Dylan e della sua gigantesca ed eterogenea opera musicale.
“A Complete Unknown” si sviluppa sulla superfice dell’esistenza di un giovane ragazzo, con l’ossessione per il Folk, che raggiunge New York con una chitarra, alcuni testi potenti e una determinazione dirompente, per andare a trovare il suo mito ormai gravemente malato. L’incontro con Woody Guthrie segna, nell’immaginario collettivo, l’inizio dell’esistenza artistica di quel “menestrello” arrivato non si sa da dove che avrebbe stregato l’America gravemente ferita di quegli anni con le sue canzoni cariche di poesia, speranza e denuncia. Mangold riesce perfettamente a proiettare nei nostri cuori la tensione artistica della nascita silenziosa di uno dei più grandi poeti del ventesimo secolo. Il regista ci restituisce un sussurrato “musical” in cui le canzoni di Dylan diventano il collante drammaturgico predominante del racconto. Assistiamo alla nascita di un’icona della musica e della cultura di massa che prende vita dal tessuto sociale e politico di una nazione che in quegli anni vive una delle crisi più profonde e violente. La lotta per i diritti delle minoranze, la guerra nucleare sfiorata a Cuba, l’assassinio di Kennedy e di Martin Luther King diventano linfa vitale per una produzione poetica e artistica che non ha eguali. All’inizio sul solco della musica folk, presto le sonorità di Dylan strariperanno verso uno stile più rock ed “elettrico” per raggiungere il più alto numero di persone nel mondo. Proprio questo cambio di “stile grammaticale” verrà visto da molti puritani del Folk come un grande tradimento artistico di Dylan. Ma la musica del cantautore che faceva sognare il mondo intero ormai si era trasformata in un linguaggio universale che avrebbe unito il mondo intero sotto le note armoniose e strumentali di ballate travolgenti ed eterne.
Se “Io Non Sono Qui” di Todd Haynes del 2007 sezionava l’arte, le visioni e la mente di Bob Dylan, grazie alla rappresentazione di alcune fasi artistiche del cantautore con altrettanti attori che interpretavano un momento della vita di Dylan, “A Complete Unknown” ci descrive in maniera più convenzionale, ma mai retorica o sbavata, il corpo e la musica del cantante venuto da una piccola città del Minnesota e in grado di conquistare il mondo intero con la sua capacità poetica di raccontare un’intera generazione. Un film ben fatto che racconta un fenomeno culturale, sociale e politico che si fonde indissolubilmente con la carne, le ossa e il sangue del cantante più rivoluzionario degli ultimi sessant’anni.
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RIVISTO
A PROPOSITO DI DAVIS, di Joel e Ethan Coen (Inside Llewyn Davis, Stati Uniti- Francia 2013, 105 min.).
Un piccolo capolavoro passato quasi inosservato che ci racconta della vita e della musica di un grande cantante folk americano, Dave Van Ronk, che fu di ispirazione per grandi cantanti popolari americani, non ultimo il leggendario Bob Dylan.
La sua vita tormentata si fonde armoniosamente con la potenza iconografica e poetica della sua musica. Un Oscar Isaac sublime rende un film già perfetto in un prezioso resoconto di un’America in pieno tumulto sociale e politico. Film eterno.
