di Andrea Minchella
VISTO
MARCELLO MIO, di Christophe Honoré (Francia- Italia 2024, 121 min.).
Un atto d’amore. Verso il cinema. Verso un padre. Verso sé stessa. Chiara Mastroianni decide di mettere un punto definitivo sulla sua posizione nel mondo. E lo fa grazie ad un artista visionario, Christophe Honoré, che trasforma i suoi desideri e i suoi sogni in un racconto intimo e poetico. “Marcello mio” è un inedito viaggio nei ricordi di una figlia che dà forma a suo padre grazie ad una trasformazione fisica, e non solo, in grado di scardinare ogni elemento di razionalità e di logica che sempre più invadono il mondo contemporaneo. Una riflessione profonda ed ironica che cristallizza in maniera suggestiva l’ancestrale legame tra una figlia ed il proprio padre.
Nel film la bella Chiara Mastroianni, dopo aver sognato suo padre in una notte tormentata, comincia a vacillare nella sua sicurezza di donna e di attrice. Proprio sul set in cui la regista Nicole Garcia sta dirigendo una scena dove lei e Fabrice Luchini devono interpretare una donna e il suo amante, la crisi di identità di Chiara esplode dopo che la regista, per cercare di spiegarle meglio ciò che vuole da lei per la scena, le chiede di essere più Mastroianni e meno Deneuve. Quella richiesta della Garcia diventa un detonatore potente che dà vita alla metamorfosi di Chiara nella figura, più moderna e leggera, dell’amato padre Marcello. Da questo momento il film si trasforma insieme alla protagonista.
La pellicola diventa un diario serrato e puntuale dell’odissea sentimentale che compie una Chiara Mastroianni innamorata di suo padre e dei ricordi a lui legati. La percezione che di lei hanno le persone che la circondano, i ricordi, i sogni, i film visti e quelli interpretati, i racconti di amici e parenti, diventano un inarrestabile flusso collettivo di coscienze che si fonda con un’architettura cinematografica semplice ma capace di rafforzare l’urgenza artistica su cui si pone l’intero progetto. Chiara Mastroianni diventa incredibilmente suo padre Marcello la cui assenza pesa ogni giorno nelle vite di chi lo ha amato.
L’illusione che Marcello sia tornato tra noi diventa ad un certo punto del racconto una sorta di liquido amniotico in cui tutti i protagonisti del film vogliono immergersi. La fantasia e la realtà si incontrano, la verità vera e quella cinematografica si confondono, cosi come il sogno e la concretezza. Ma non solo. Ad un certo punto si ha la percezione che non esistano più confini: geografici, linguistici ma soprattutto di genere. Tutti possono essere ciò che vogliono e dove vogliono. I confini e i limiti vengono disintegrati grazie alla forza propulsiva dell’arte e della fantasia.
“Marcello mio” ci accompagna per due ore dentro il desiderio di amare per sempre una persona, dentro la dolce ossessione di cercare in ogni dettaglio qualcosa che ci ricordi quella persona. Parallelamente la pellicola cerca di fare luce sul complesso ed universale concetto di essere “figli di”, restituendocelo come una condizione umana che tutti noi dobbiamo imparare a maneggiare. Siamo ciò che ereditiamo, e spesso la sopravvivenza fuori da questo recinto è complicata. Dunque Chiara Mastroianni, per anni imprigionata nella posizione di figlia di Mastroianni e Deneuve, cerca di scardinare questo meccanismo tenendo con sé il ricordo profondo e intimo di suo padre e della sua presenza nei giorni della sua infanzia. I ricordi dolci si mischiano con i film in cui il padre ha recitato perché, come dice Catherine, spesso ci capita di confondere il nostro vissuto con i film che abbiamo visto. E poi aggiunge, in una delle scene più toccanti, che nei ricordi che abbiamo, a poco a poco, restano solo dei volti e nient’altro. Film come questi aiutano a riempire quei volti di emozioni e sensazioni che possono durare nel tempo. Film come questi rielaborano in maniera intelligente e un po’ folle i giganti del passato di cui restano soltanto i mille personaggi che hanno interpretato nella loro carriera.
“Marcello mio” è un progetto affascinante che ha preteso molto da Chiara Mastroianni in termini di sincerità e capacità di mettersi a nudo davanti al pubblico. Un diario intimo fortemente dettato dalle emozioni che è stato sapientemente trasformato in un racconto potente, evocativo ed onirico in cui ogni sequenza, ogni inquadratura, ogni fotogramma compongono un ritratto personale e inedito di uno dei più grandi attori di sempre.
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RIVISTO
NINE, di Rob Marshall (Stati Uniti- Italia 2009, 118 min.).
Una matrioska che contiene un film, un musical e un altro film. Rob Marshall prende il lavoro di Broadway che è tratto da una “pièce” del commediografo Mario Fratti che, a sua volta, aveva preso spunto da “8 e ½” di Fellini e lo trasforma in un carrozzone di immagini e personaggi che rievocano la dolce vita romana degli anni sessanta. Daniel Day-Lewis è un po’ Fellini e un po’ Mastroianni in una vicenda in cui l’amore e il cinema sono due facce della stessa medaglia. Maestosamente affascinante. Da rivedere.
