di Andrea Minchella
VISTO
JAY KELLY, di Noah Baumbach (Stati Uniti- Regno Unito 2025, 132 min., Netflix).
L’idea è molto interessante e, in alcuni punti, il film è davvero piacevole e tocca con dolcezza alcuni tratti della complessità della vita che riguardano tutti, noi compresi. “Jay Kelly” è un interessante viaggio dentro le mille difficoltà che un uomo è costretto a vivere per rimanere a galla in un mondo sempre più complesso e artefatto. Baumbach scrive e dirige un’opera iconografica in cui un attore di successo di Hollywood si ritrova a fare i conti con il suo passato, la sua famiglia, le scelte sbagliate e un futuro incerto. La vita patinata e apparentemente perfetta di Jay Kelly si frantuma in mille pezzi non appena il passato, ormai deformato da un presente di successo e straripante, si presenta chiedendo un conto inaspettato. Le certezze di un attore all’apice del suo successo svaniscono facendo piombare la “star” di Hollywood in un labirinto agrodolce fatto di ricordi suggestivi che tendono a rielaborare i passaggi nevralgici della sua lunga vita personale e professionale.
Detto questo il film risente di alcune fragilità stilistiche e drammaturgiche che rischiano di compromettere l’intero progetto. I due personaggi principali, Jay Kelly e il suo agente Ron, sono ben delineati da una sceneggiatura fluida ma non sempre efficace. La vicenda, che parte in maniera ineccepibile, si arena in una serie di stereotipi grammaticali che rallentano il ritmo della pellicola facendo svanire l’atmosfera originale e equilibrata dei primi venti minuti del film. Il viaggio in Europa che Jay Kelly decide di intraprendere con il suo “entourage” per seguire la figlia interrompe una tensione emotiva che fino a quel momento il bravo Baumbach era riuscito a raggiungere grazie ad un’architettura armoniosa in cui George Clooney ma soprattutto Adam Sandler diventano i pilastri indiscussi di una profonda riflessione sulla vita.
George Clooney, che sembra intrepretare sé stesso, si immedesima perfettamente nel ruolo dell’attore di Hollywood che incomincia a percepire l’imminente caduta verso l’oblio. Adam Sandler ci regala ancora una volta un’interpretazione magistrale drammatica che pietrifica definitivamente la sua straordinaria capacità attoriale. Lo spaccato che ci viene proposto in “Jay Kelly” è l’essenza dei rapporti che abbiamo con le altre persone. Gli affetti e le amicizie che si mischiano con la vita professionale creano una centrifuga pericolosa in cui rancori, rimorsi, speranze e desideri vengono amalgamati rendendoci fragili in relazione al mondo che ci circonda. Ron è un amico ma anche l’agente di Jay. Forse Jay, però, non si ritiene un amico di Ron. Ma l’apparenza crea equivoci esistenziali che mutano indelebilmente le loro percezioni verso le persone circostanti. In questa confusione emotiva, diventa difficile codificare e dare il giusto valore al rapporto che Jay e Ron hanno, per esempio, con i loro figli. Questa riflessione è uno dei punti di forza di questo film targato Netflix.
Baumbach, dunque, cerca di fissare alcuni tappe salienti di un uomo, che sia famoso o no, cercando di isolare le ragioni, spesso immotivate e frutto di scelte del passato, che ci trasformano in ciò che siamo oggi. La narrazione riesce solo in parte a rendere efficaci i tentativi narrativi del regista che non ci risparmia, con la parentesi italiana in cui Jay deve ricevere un premio alla carriera, una versione stereotipata e sdolcinata del viaggio in una terra lontana per ritrovare sé stessi. La tappa a Pienza di Jay e di ciò che resta del suo staff diluisce in maniera eccessiva una pellicola che soprattutto nella prima parte prometteva molto bene e sembrava davvero un lavoro puntuale e profondo dello stesso regista di “Lo Stravagante Mondo di Greenberg” in cui un sorprendente Ben Stiller dava prova di una tensione drammatica che solo i grandi attori sono in grado di esprimere.
Il sospetto è che Netlix abbia il potere di smussare e modellare alcuni film per poter meglio distribuirli in ogni angolo del mondo, con il rischio però di assottigliare opere che magari potrebbero rappresentare con più coraggio e meno banalità le grandi, e piccole, peculiarità di ogni essere umano.
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RIVISTO
LA DEA DEL SUCCESSO, di Albert Brooks (The Muse, Stati Uniti 1999, 97 min.).
Una favola mitologica sulla caducità del successo e della vita di ognuno di noi. Una Sharon Stone luccicante in una commedia del bravissimo Albert Brooks sul pericoloso e affascinante mondo di Hollywood. Epico.
