di Andrea Minchella
VISTO
PRESENCE, di Steven Soderbergh (Stati Uniti 2024, 85 min.).
Continua, film dopo film, l’estenuante e quasi ossessiva ricerca sperimentale del prolifico ed instancabile Steven Sorderbergh. Sembra preistoria quando il festival del cinema di Cannes, nel lontano 1989, fu sconquassato dalla proiezione del primo lungometraggio di un giovane regista di Atlanta “Sesso, Bugie e Videotape”. Da allora il poliedrico autore ha confezionato, quasi in maniera compulsiva, decine di pellicole di generi diversi quasi a voler stigmatizzare una sorta di fusione artistica tra lo stile, la forma e la sostanza come espressione d’arte in continua ricerca di un linguaggio universale che sovrastasse le storie raccontate. Soderbergh è diventato negli anni un fine e maniacale utilizzatore della cinepresa come primo ed unico, quasi primordiale, strumento drammaturgico in grado di cristallizzare l’animo umano. La cinepresa diventa in questo caso una parte vera e tangibile di un ipotetico prolungamento fisico del regista.
La sua filmografia spazia in quasi tutti i generi che il cinema abbia saputo esprimere, proprio perché secondo l’autore statunitense il linguaggio cinematografico diventa assoluto secondo la visione del regista, e non secondo il genere che si vuole affrontare. Per Soderbergh è più importante la sceneggiatura, il montaggio e la fotografia piùttosto che la capacità recitativa degli attori o la tipologia di pellicola che si vuole affrontare.
Inevitabilmente chi si pone questo tipo di obiettivo artistico non sempre trova un pubblico pronto e capace di stare al passo di una tale drammaturgia sperimentale in continua evoluzione. Ma poco importa per un regista che ha fatto incassare milioni di dollari e ha collezionato svariati premi in tutto il mondo.
“Presence” riporta Soderbergh all’essenziale. La sceneggiatura, scritta dal gigante David Koepp, viene disossata e cucita addosso ad una grammatica ossessiva e claustrofobica in cui lo stesso Soderberg imbraccia una cinepresa grandangolare per filmare quasi tutto il racconto in una sorta di soggettiva senza soluzione di continuità. Dalla prima inquadratura capiamo che il regista ci impone di seguire tutta la vicenda da un punto di vista scomodo e non usuale. Il titolo della pellicola ci fa immaginare che la storia cui assisteremo si snoda attorno alla possibile presenza di “qualcosa” o “qualcuno” dentro una casa. Ma, a differenza delle migliaia di pellicole su questo tipo di “presenze”, qui il punto di vista diventa un elemento centrale dell’intero progetto.
La soggettiva esasperata cui siamo costretti ci porta ad essere parte integrante del racconto. Siamo noi a camminare indisturbati in quella casa in cui si è appena trasferita una normale famiglia. Siamo noi che ascoltiamo e guardiamo anche le striature più intime di quattro individui che vivono un’esistenza abbastanza lineare. Il regista ci immerge in una sorta di apnea hitchcockiana in cui l’ossessione del guardare, dello spiare, ci travolge completamente lasciandoci spaesati e facendoci sentire pesantemente a disagio rispetto gli eventi cui assistiamo. L’intento del regista è di lasciarci nudi e disarmati davanti alle vicende intime, spesso tragiche e cariche di sofferenza, di persone che credono di poter muoversi in un alveo di privacy e riservatezza.
“Presence”, dunque, prende come spunto la presenza di un’entità sovrannaturale in una casa appena abitata ma trasforma ogni elemento in una gigantesca riflessione sul guardare e sull’essere guardato, sul desiderio sfrenato di ogni individuo di una morbosità incontrollata di sapere tutto delle persone che ci circondano.
Impossibile non notare anche in questo lavoro le assordanti assonanze con la grammatica stilistica del cinema di Alfred Hitchcock, Terence Malik e Stanley Kubrick. Come a sottolineare la centralità del cinema nella capacità essenziale di tratteggiare i connotati di una società in continua evoluzione tecnologica e sociale. Il cinema che cita sé stesso e che rielabora continuamente nuovi stili e nuovi modi di raccontare il mondo che ci circonda. Sperimentale e molto efficace.
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RIVISTO
HEREAFTER, di Clint Eastwood (Stati Uniti 2010, 129 min.).
Eastwood alle prese con il paranormale. Non il miglior lavoro del regista di “Gran Torino”, ma certamente una sofisticata e posata riflessione su un fenomeno molto diffuso tra le persone che sperano in qualche modo di poter comunicare con i cari non più vivi. Comunque una sopraffina lezione di cinema di uno degli autori più sensibili del cinema mondiale. Empirico.
