VISTO&RIVISTO Ridley Scott e la spudorata sopravvalutazione dell’ego

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di Andra Minchella

VISTO

THE DOG STARS- LE STELLE DOPOLA FINE, di Ridley Scott (The Dog Stars, Stati Uniti- Regno Unito 2026, 118 min.).

Quasi novant’anni e trenta film, alcuni dei quali, certamente, possono essere definiti dei pilastri. Anche se non amo particolarmente Ridley Scott e il suo cinema cerco sempre di guardare con attenzione i suoi lavori. Dopo tutto il regista di “Alien” e di “Blade Runner” non deve dimostrare più nulla al mondo se non il fatto di essere ancora vivo e desideroso di poter realizzare innumerevoli pellicole.

Ma gli ultimi lavori di Scott risentono di una mancanza parziale o totale di innovazione. Se la loro architettura è sempre impeccabile grazie all’ossessiva e maniacale attenzione del dettaglio da parte del regista inglese, l’atmosfera di film come “Il Gladiatore II”, “Napoleon” o “The Last Duel” si sgretola lasciando sullo schermo una concatenazione di immagini suggestive che sembrano più il frutto di un egocentrismo drammaturgico smisurato che il risultato di una equilibrata miscelazione tra il desiderio di raccontare una storia e la capacità rinnovata di realizzare quel racconto.

Attori bravissimi fanno di tutto per essere scritturati in uno dei film di Ridley Scott che si muove, quasi con una schizofrenia artistica, da un genere all’altro senza però lasciare il segno come accadeva per i suoi primi leggendari lavori. Anche l’azzardo del seguito de “Il Gladiatore” ha fatto rabbrividire il mondo intero che, infatti, non l’ha premiato né per gli incassi né per le critiche. Ma il suo cinema, appunto, pare più un comprensibile capriccio autoreferenziale che un vero e impellente moto artistico.

“The Dog Stars” si propone di raccontarci l’ennesima storia del mondo che resiste dopo la sua fine. Film “apocalittici” escono in sala sistematicamente con lo scopo, forse, di stigmatizzare il mondo in cui viviamo e le derive di cui non ci accorgiamo ma che sono già l’anticamera della fine del mondo. Dunque realizzare un film del genere senza “calpestare” qualcosa di già visto è molto difficile. E Ridely Scott non sembra più di tanto preoccupato di restituirci una storia banale, retorica e che non abbia già avuto un luogo dove svilupparsi.

Il film, che viene realizzato in luoghi mozzafiato dell’Italia nascosta e magnifica che nulla ha da invidiare al mondo intero, segue un flusso lineare, forse troppo, in cui il protagonista, un impacciato Jacob Elordi, vive un’esistenza monotona in un tempo post apocalittico di un’America mutilata dopo una pandemia globale che ha riportato la società ad un’epoca primitiva. Hig e il suo cane Jasper (troppo facile il collegamento con il gigantesco Will Smith e il suo pastore di “Io Sono Leggenda”), vivono con il burbero Bangley, un monolitico Josh Brolin, in un piccolo aeroporto del Colorado. Hig con il suo vecchio Cessna decolla quasi ogni giorno per raggiungere una spetrale Denver dove si impossessa di provviste sparse per la città, e fare visita ad una piccola comunità religiosa che cerca di rifondare nella natura più essenziale una società ormai quasi completamente scomparsa.

Hig e Bangly sono plasticamente due modi diametralmente opposti di vivere la condizione di disagio in cui si trovano. Hig è triste ma desideroso di trovare qualcuno con cui ristabilire una connessione di linguaggio e di calore umani. Bangley è invece un ex militare che già prima dell’apocalisse viveva in modalità sospettosa e difensiva e contrario a qualsiasi tipo di invasione nel suo spazio vitale.

Il film, suggestivo da un punto di vista scenico, arranca nella scrittura e nel senso centrale. Tra il bucolico e il romantico, la pellicola di Scott ci restituisce l’improbabile forza emozionale delle stelle nei confronti di una società completamente rasa al suolo e fatta di pochi sopravvissuti che devono resistere a riparo da tribù violente e girovaghe in cerca di cibo e provviste di ogni tipo. La sdolcinata idea di un mondo migliore che può nascere dopo un evento violento e biblico si scontra con la dura realtà di una società che ha fatto parecchia fatica a credere al Covid e che sembra essere diventata più arida e spietata dopo quella gigantesca pandemia.

Inutile, sdolcinato e molto prevedibile.

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RIVISTO

CODICE GENESI, di Albert e Allen Hughes (The Book of Eli, Stati Uniti 2010, 118 min.).

Denzel Washington viene plasmato da uno dei più bei film post-apocalittici degli ultimi anni. i fratelli Hughes realizzano forse il loro lavoro migliore cristallizzando la fine del mondo e la sua rinascita fondata su un libro misterioso che fa gola a tanti. Tra combattimenti violenti e dialoghi profondi la pellicola scorre inesorabile mantenendo sempre un ritmo e una qualità stilistica elevati. Da riscoprire anche per le recitazioni superlative di Washington e Oldman.

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