di Andrea Minchella
VISTO
I PECCATORI, di Ryan Coogler (Sinners, Stati Uniti- Australia- Canada 2025, 137 min.).
Biblico. Trascendentale. Iconografico. Diabolico. Allucinante. Ma soprattutto “blues”. Questo film di Coogler si fonde completamente con una struttura musicale che diventa l’energia primordiale dell’intero progetto.
“I Peccatori” è un concentrato di immagini e note musicali che stordiscono lo spettatore per farlo sprofondare in un viaggio onirico e vertiginoso dentro la vera essenza della musica “black” che direttamente dal continente africano ha accompagnato i viaggi della disperazione di milioni di schiavi verso il nuovo continente. Quella musica dell’anima ha attraversato le viscere degli schiavi per stigmatizzare per sempre uno stato di prigionia imposto che ancora oggi pesa profondamente nell’America dell’ICE e delle disuguaglianze tra razze.
Il bravo Coogler rielabora con fine e poetica drammaturgia la difficoltà dell’integrazione vera e pacifica regalandoci un racconto potente e tridimensionale di un popolo che ha sempre saputo trovare un modo quasi ancestrale per sopravvivere alla predominanza bianca.
“I Peccatori” è un viaggio negli inferi in cui l’uomo bianco diventa vampiro e la musica “nera” diventa forza sovrannaturale che unisce e trasforma il dolore nella gioia di vivere e di perdersi nell’oblio. Leggende, miti e spiriti demoniaci diventano grammatica sensoriale in cui un gruppo di lavoratori neri decide di ritrovarsi in un locale notturno dell’America del cotone dei primi anni trenta per intraprendere un viaggio ossessivo e compulsivo nel nucleo più profondo della civiltà. Una notte che diventa epica metafisica del piacere e del calore che ogni essere umano dovrebbe poter vivere almeno una volta nella vita. I corpi diventano un flusso di energia di vita che si muove tra le note divine di un giovane chitarrista che ferma il tempo per trasformare un attimo in un tempo dilatato all’infinto. Musica e corpi si avvinghiano mettendo in scena un rituale pagano fatto di movimenti, sguardi, sensazioni che insieme danno vita ad una litania laica che scardina la monotonia del lavoro nei campi per immergere i “peccatori” in un’esperienza onirica in grado di sopravvivere alla violenza cieca e assurda dei primatisti bianchi.
Il bravo Coogler scrive, produce e dirige un progetto multiforme che assorbe generi, stili e linguaggi per dare alla luce un inedito e intelligente spaccato della cultura nera che trova la forza nell’arte primordiale per contrapporsi allo sfruttamento e all’ignoranza etnica.
Il bravo regista di “Black Panther” ritrova il suo Michael B. Jordan e lo consacra grazie al doppio ruolo dei gemelli Moore che, tornati in Mississippi dopo aver combattuto la Prima Guerra Mondiale e dopo aver gestito affari poco chiari a Chicago, decidono di trasformare un vecchio granaio, comprato da un bianco appartenente al Ku Klux Klan, in un locale per i tanti lavoratori neri delle immense piantagioni.
La narrazione si sviluppa in un lasso di tempo brevissimo tra la preparazione dell’apertura del locale e la notte in cui la festa dei gemelli Moore prende forma fino a trasformarsi in una vera mattanza per mano di alcuni vampiri (bianchi) che cercano di assaltare il locale per fare più vittime possibili. Prima che i predatori possano colpire, gli amici dei gemelli Moore si lasciano avvolgere dalle note divinamente diaboliche del loro cugino Sammie Moore. Sammie suona la chitarra come se un’entità aliena scorresse nelle sue vene per trasformare la sua musica in un’atmosfera soprannaturale in grado di immergere in una dimensione amniotica ogni individuo presente quella sera nel locale. Qui il bravo Coogler muove la cinepresa tra i danzatori che ballano una musica universale che dall’Africa raggiunge le note più moderne e contemporanee del Rap e della Dance.
Dunque “I Peccatori”, seppur con qualche sbavatura presente soprattutto nella seconda metà, è un’opra nuova e intelligente che ci racconta molto di più dell’America folle e incattivita di oggi che tante pellicole “serie” e auto referenziate che non riescono a scendere in profondità delle dinamiche complesse e incomprensibili che stanno alla base di una società contemporanea capace di escludere e isolare più tosto che includere e integrare.
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RIVISTO
DAL TRAMONTO ALL’ ALBA, di Robert Rodriguez (From Dusk till Down, Stati Uniti 1996, 108 min.).
Una follia cinematografica diretta dal “pupillo” di Tarantino che ribalta completamente il codice linguistico cinematografico trasformando un bar messicano in un campo di battaglia tra umani e vampiri, tra criminali e onesti, tra donne e uomini. Insomma, Rodriguez trasforma il “pulp” in assurdo e grottesco. Con George Clooney e un Tarantino sempre felice di recitare in esperimenti surreali e tragicomici come è questo “Dal Tramonto all’Alba”.
