VISTO&RIVISTO Zero Day, quando la forma supera la sostanza

minchella zero day
Robert De Niro in Zero Day

di Andrea Minchella

VISTO

ZERO DAY, di Lesli Linka Glatter (Stati Uniti 2025, 6 x 50 min., Netflix).

Una veterana delle produzioni televisive, Lesli Linka Glatter, costruisce con “Zero Day” un racconto incalzante e angosciante sulle paure e le vulnerabilità (vere o presunte) che il mondo contemporaneo sta attraversando. La serie, divisa in sei puntate, prende spunto dalle recenti fobie con le quali il mondo occidentale ha dovuto fare i conti. Gli attacchi informatici da parte di “hacker” senza scrupoli e anonimi, l’instabilità politica, ai limiti della sanità mentale, di molti capi di stato affaticati e confusi, e l’idea che il mondo possa davvero finire per la volontà di pochi che detengono ricchezze e potere infiniti. Il lavoro, però, non riesce pienamente a soddisfare le aspettative iniziali che, puntata dopo puntata, si dissolvono a favore di una confusa e frettolosa narrazione degli eventi.

La brava regista, dunque, fa leva su un diffuso senso di disorientamento endemico che attraversa ogni angolo della società contemporanea per mettere in scena una vicenda claustrofobica in cui l’America viene attaccata da un “black out” di un solo minuto che mette in ginocchio la super potenza. Il presidente (donna e di colore, ipotesi molto più probabile in una terra tanto contradditoria quanto capace di stupire il mondo intero) chiama in suo aiuto l’ex presidente George Mullen, molto apprezzato dall’opinione pubblica per la sua passata capacità “bipartisan” di guidare il paese, per affidargli una speciale agenzia che può indagare in ogni modo (legale e non) sull’attacco sferrato al cuore del paese. Mullen, all’inizio scettico dell’incarico perché deciso a rimanere lontano dalla vita pubblica, per un senso di patriottismo e un mai sopito desiderio di tornare a ruoli prestigiosi decide di accettare mettendo in azione tutto ciò che gli è consentito per individuare gli autori di un attacco che sembra non avere rivendicazioni o motivazioni. Mullen si ritrova a capo di una “task force” che con ogni mezzo può individuare, trattenere e interrogare chiunque. Solo una commissione parlamentare, istituita appositamente, cerca invano di vigilare sull’operato di Mullen e la sua squadra.

L’America, piombata in un incubo che ricorda plasticamente gli attimi successivi all’attacco delle torri dell’undici settembre, si affida completamente alla rigidità della nuova agenzia guidata dal tanto amato ex presidente, rinunciando ai diritti di cui tutti i cittadini americani hanno goduto fino a quel momento. Tra collaboratori ambigui, falsi indizi e allucinazioni che Mullen crede di avere, il lavoro di indagine viene bersagliato da “influencers” e giornalisti che denunciano i metodi disumani che la nuova agenzia utilizza per arrivare alla risoluzione dell’indagine. Mullen vuole arrivare al colpevole per scongiurare un altro attacco che potrebbe causare di nuovo migliaia di morti, ma si ritrova a dover fare i conti con la figlia, deputata e membro della commissione di controllo della nuova agenzia, e con il suo passato in cui un lutto devastante gli ha cambiato per sempre la vita.

La serie tocca, forse troppo velocemente, tutte le paure contemporanee che attanagliano la società moderna. La fobia digitale viene cavalcata da una politica che, poi, si dimostra vulnerabile e incapace di gestire attacchi informatici provenienti da qualsiasi parte del mondo. La politica che sembra non avere più il controllo del potere finanziario ci viene restituita come un’entità malata che non riesce a reagire velocemente alle nuove minacce che hanno abbandonato armi o aerei dirottati ma che viaggiano su applicazioni di telefoni e satelliti privati spediti nello spazio.

“Zero Day” è una produzione costruita dal punto di vista scenico e formale in maniera ineccepibile. La bravura straripante di Robert De Niro, e degli altri attori, non riesce però a colmare alcune scelte drammaturgiche che disorientano lo spettatore che riceve troppe informazioni e parecchi spunti senza avere il tempio di assimilarli e contestualizzarli nella storia. La sceneggiatura, formalmente perfetta, non riesce ad amalgamare completamente una vicenda che ricorda molto la situazione in cui viviamo oggi ma che si porta dietro molti dettagli troppo superficiali o estremamente inverosimili da poter essere immersi in una vicenda, per quanto tragica, sempre agganciata ad una realtà possibile.

***

RIVISTO

THE MANCHIURIAN CANDIDATE, di Jonathan Demme (Stati Uniti 2004, 132 min.).

Un “thriller” politico complesso e ben fatto. Seppur con qualche sbavatura, Demme riesce a ricomporre una vicenda in cui politica, armi tecnologiche e ossessione per il potere possono pericolosamente fondersi a discapito della democrazia. il film, remake di “Vai e Uccidi” di Frankenheimer del 1962, offre al pubblico un cast stellare al servizio di un resoconto universale sui valori fondanti gli Stati Uniti e la minaccia sempre presente di forze oscure che possono mettere in pericolo il Presidente della potenza economica, militare e politica più influente del mondo. Preicolosamente attuale.

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