La protesta Pro Palestina sta squassando la Vuelta: manifestanti con le bandiere in mezzo alla strada, alberi di traverso sulla carreggiata, tappe accorciate, traguardi improvvisati, corridori abbandonati al loro destino. Le domande che tutti si fanno sono due: che cosa si può fare per arrivare a Madrid? E nella capitale ci si arriverà? Le risposte non sono affatto semplici. Probabilmente ha ragione Javier Guillen, il direttore generale della corsa spagnola quando afferma “bisogna capire quello che non si può fare. E bloccare una corsa in questo modo è illegale, viola il codice penale e quello sportivo”.

La politica
Ma ancora prima, per trovare eventualmente i rimedi, bisogna capire, studiare la protesta. Bisogna valutare la forma, i protagonisti e gli obiettivi reali.
Partiamo dai punti fermi, indiscutibili. Che a Gaza ci sia in atto un genocidio da parte di Israele nessuno lo può mettere in dubbio. Il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso mandati d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della difesa israeliano Yoav Gallant. Un genocidio che prosegue nel silenzio di molti Paesi, con un’Europa, per esempio, divisa. Con gli Stati Uniti ondivaghi sulla posizione. Altra cosa certa è che la Spagna, guidata da Pedro Sanchez, è stato il primo Paese europeo a riconoscere lo stato della Palestina. E l’altro ieri Sanchez ha varato nove nuove misure contro Israele. Un altro punto incontrovertibile è che scindere politica a sport è impossibile.
I manifestanti
Dire poi che i manifestanti cercano visibilità è banale. Ovvio che sia così, del resto se uno manifestasse, qualunque sia la causa, chiuso nella sua cantina nessuno se ne accorgerebbe. Lo stesso discorso vale per i disagi che una protesta crea. La notizia, quindi la visibilità si ha quando una protesta crea un disagio. Dire, come ha fatto ieri Perico Delgado in diretta tv che questa protesta è un ottimo affare per chi vende le bandiere, una scemenza evitabile. Però nei Paesi civili le manifestazioni di piazza devono essere autorizzate altrimenti sono contro la legge.
No alla pace con la violenza
Un altro punto sul quale molti si arroccano è “non si combatte per la pace con la violenza”. In teoria discorso che non fa una piega, sacrosanto. Ma anche qui: se uno manifesta e uno tenta di impedirglielo è molto probabile che si arrivi allo scontro. In questo caso, è bene specificarlo, scontri che sono quasi assenti data la grande professionalità, e tolleranza, delle forze dell’ordine spagnole, Guardia Civil e Policia Nacional prima di tutte.
La società
Che tra i manifestanti ci siano esagitati o contestatori di professione è un’altra cosa che nessuno può mettere in dubbio. A Bilbao si diceva che molti scesi in strada erano figli e nipoti degli Etarra, i terroristi dell’Eta. Ma queste categorie sono davvero una ristretta minoranza. In strada, i vari gruppi di protesta sono eterogenei. Ci sono uomini e donne di tutte le età e di tutti i ceti sociali. In strada non ci sono bandiere di gruppi politici, ma solo quelle della Palestina. È la ribellione della società.
Sui social
Dietro alla protesta c’è qualcuno che manovra? Al momento sembra di no, che la gente usi i social per radunarsi, per coordinarsi come stanno facendo per la crono di domani a Valladolid. Sembra che sia un movimento spontaneo. E il fatto che non ci sia un capataz rende difficile, se non impossibile, una eventuale negoziazione.
Il dubbio
C’è però un dubbio: cosa vorrebbe ottenere chi protesta? Siamo sicuri che l’obiettivo sia solo la cacciata del team Israel che, nei giorni scorsi ha tolto il nome dalla maglia? L’impressione è che questo fosse lo scopo dei primi giorni, ora chi manifesta punta fermare la Vuelta. Non sono i corridori (tra l’altro come le squadre clamorosamente assenti nella discussione) l’obiettivo.
Obiettivo sbagliato
L’obiettivo è la Vuelta. Ma è giusto? La Vuelta, intesa come organizzazione, ha delle colpe? NO! Accusare gli organizzatori di complicità, come è successo ieri in più punti, è sbagliato. Significa non sapere le regole e le leggi. Toglie alla manifestazione il senso. La Vuelta non può fare nulla per risolvere la questione. Non può cacciare la Israel. Le regole glielo vietano. Il team di Sylvain Adams è in corsa legittimamente così come legittimamente la nazionale di calcio israeliana ha giocato l’altro giorno contro la nostra. Gioca l’Atletico Madrid nella Liga, qui corre anche la Movistar. Quote molto significative di queste due società sono in mano alla Quantum Pacific Group di Idan Ofer, miliardario israeliano.
Decisioine globale
Possiamo poi discutere se questo sia giusto o meno, ma l’eventuale decisione di estromettere Israele dallo sport deve essere presa a livello globale e per tutti gli sport. Spetta al Cio e a cascata alle varie federazioni internazionali. Una decisione simile era stata presa nel 2022 contro atleti e squadre russe. Squadre cancellate e atleti in gara senza bandiera. Tutto bello all’apparenza. Venne così cancellata dal ciclismo la Gazprom. Peccato però che la Gazprom, tra l’altro, sia stata poi per altri tre anni sponsor principale della Uefa Champions League. Se Israele deve uscire dallo sport non lo decide Guillen. Lui, giustamente, si sta attenendo alle leggi in vigore. E se tutti si attenessero alle leggi la Vuelta arriverebbe di sicuro a Madrid. Viceversa sarà una vittima innocente. Con una domanda, anzi due. Ma se la Vuelta finisse prima a chi gioverebbe? E se la Vuelta finisse prima si spegnerebbero prima le luci sulla protesta: sarebbe utile ai manifestanti? Probabilmente no.
La protesta di ieri, 16a tappa accorciata
La conferenza stampa di Guillen
