di Massimo Lodi
I sindaci del Pd chiedono spazio politico. Meglio: l’han già conquistato da tempo, traducendolo in efficace amministrazione. Ma intendono farlo contare nell’insieme, a livello nazionale, essendo alle viste prossime, infuocate, esiziali sfide. Perciò si raduneranno in mille il 20 gennaio: forse non a caso una cifra da garibaldinismo. Convinti di rappresentare la forza rinnovatrice del partito, non lesinano l’uso del nerbo verso dirigenti impoltronati da anni e ostili a schiodarsi. Recenti sortite di Dario Nardella e Matteo Ricci, primi cittadini a Firenze e Pesaro, confermano l’avanzata del progetto.
Il Pd giudicato vecchio, superato, dedito al potere per il potere, è assai diverso in periferia. Ci mette la faccia, si carica d’oneri, sta in prima linea. E non è una prima linea facile, nell’oggidì: pochi soldi, tante difficoltà. Il quotidiano vis-à-vis con l’improbo sfangarsi d’un sacco d’italiani affannati comporta lavoro di virtuosismo economico, di sostegno familiare, di sussidio morale. Il Comune è l’entità pubblica più vicina al cittadino ed entrambi si giudicano a vicenda: se il primo non funziona come deve, il secondo glielo rimprovera fatti alla mano. Se il secondo non è ligio agl’indirizzi civici che ciascuna municipalità si dà, il primo glielo segnala, con altrettanti fatti alla mano. Ne consegue un’armonia pretesa dalle intelligenze, perché imposta dalle circostanze. Vietato barare: il checking arriva immediato.

È questa ricchezza che una parte del Pd intende valorizzare a vantaggio del tutto. Cioè dell’insieme d’una formazione politica che i vertici, recenti e meno recenti, han mandato allo sbando, se non al macero. Sicché è virtualmente nato, pur privo dei crismi imposti dalla ritualità formale, l’immaginifico Partito dei Sindaci. Un PdS post Pd, e non certo pre Pd, dato l’acronimo collegabile al passato. Nessuno conosce se avrà vita e quanta, ciascuno nota che vi partecipano le energie migliori della sinistra riformista e pragmatica.
Nella gara per succedere a Enrico Letta, il primo interlocutore di quest’aggregazione del buonsenso è Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna. Ha dalla sua l’esperienza d’uno che si è sbattuto, e si sbatte, per il territorio, che dà l’esempio, che sa come trattare i sodali e specialmente come sconfiggere gli avversari. Per ottenerne riscontro, chiedere alla Borgonzoni e a Salvini, sgominati da favoritissimi alle regionali di due anni fa. Stupisce che Bonaccini non abbia al fianco molti big dell’universo democratico, a cominciare dal pluriparlamentare, ed ex segretario, ed ex ministro ed ex d’ognirobaunpo’ Dario Franceschini, che (1) si scopre di colpo nuovista/rivoluzionario; e (2) dall’alto d’una ipermedagliata militanza sostiene lo spirito radicale di Elly Schlein; e (3) da rottamando si volge in rottamatore forse nella logora convinzione che basta cambiare un nome per non cambiare una fila di cognomi. Ecco, è d’un tale grottesco gattopardismo che dovrebbe, che deve spogliarsi il Pd, se non vuole tracollare nella considerazione dei residuali elettori. Ancora un buon numero, ma refrattari ai cattivi consigli.
