di Giovanni Baldoni – Foto di Riccardo Cusentino
Terza e ultima tappa del viaggio in Bolivia di Malpensa24, che si conclude in uno dei luoghi più suggestivi e incredibili del pianeta: il salar di Uyuni, una immensa distesa di sale dove cielo e terra si fondono letteralmente insieme, a 4.200 metri di altezza.
Dopo la cordigliera e le cime andine di oltre 6mila metri, dopo l’altopiano con i suoi vulcani spenti appoggiati da una mano divina sulla terra, entriamo nella regione più turisticamente attiva di questo Paese dell’America Latina. Uyuni è una città medio grande, centro amministrativo di riferimento della regione, dotata di ristoranti con standard turistici, mercatini, strutture sanitarie, decine e decine di hotel e ostelli, e con turisti provenienti da tutto il mondo. Grazie all’aeroporto, è possibile raggiungere Uyuni direttamente da Santa Cruz o da La Paz El Alto. Attorno ad Uyuni sorgono dei pueblos, dei piccoli villaggi, dove vive la popolazione boliviana più povera.

Il salar de Uyuni è un infinito deserto di sale, di oltre diecimila chilometri quadrati, la più grande distesa salata del mondo, che si è formato a seguito dell’evaporazione di una serie di giganteschi laghi salati preistorici. Una leggenda racconta che le montagne attorno al Salar un tempo erano esseri umani divenuti poi divinità. La superficie del salar è dunque ricoperta da alcuni metri di sale, il quale forma una distesa bianca perfettamente pianeggiante e cristallina, ricca fra l’altro di litio – elemento chimico che fa molta gola alle imprese che operano nel settore della tecnologia. Le rare precipitazioni formano uno strato d’acqua superficiale che agisce da specchio e cancella la linea dell’orizzonte: è praticamente impossibile capire dove finisce la terra e dove inizia il cielo.
Entriamo dunque nel salar sotto un cielo limpido, su una 4×4, percorrendo le piste tracciate da altri fuoristrada. Lentamente scompare la linea di terra scura, che delimita il mondo biologicamente attivo, e lo sguardo si perde in questo bianco accecante, infinito, immobile: ci troviamo nel nulla, in un mondo completamente candido e piatto, senza linea dell’orizzonte, senza alcun riferimento morfologico, solo con una bussola e una pista tracciata a stento da chi ci ha preceduto. Un deserto dove la vita è proibita. O, almeno, così sembra. Ma tutte le certezze sono fatte per sgretolarsi, come accade qui quando lentamente prende forma un’isola di terra in mezzo a questo oceano bianco. Un miraggio? No, affatto, è proprio un’isola, con vaghe e alquanto strane forme verdeggianti: non sono piante, bensì cactus, immensi, giganteschi, preistorici. Dita di giganti che si protendono verso il cielo. Come guardiani, se ne stanno lì, a dominare il salar. Sono secolari, e considerando che crescono in media un centimetro all’anno, sono lì da sempre dato che sono alti svariati metri. Approdiamo quindi sull’isola di cactus, chiamata Isola Incahuasi, saliamo sulla sua sommità e l’infinito candido si distende a perdita d’occhio. Una prigione senza sbarre. La natura vince sempre, perché oltre ai cactus ci sono anche piccoli animali, che hanno dato vita ad un ecosistema autonomo e autosufficiente.


Il viaggio riprende e arriviamo nel cuore più intimo e remoto del salar dove, sopra la superficie compatta di sale, si è raccolta l’acqua ormai densa di cloruro di sodio: un immenso lago salato nato sul sale. Qui è tradizione fermarsi fino al tramonto e sorseggiare una buona birra boliviana, mangiucchiare qualcosa, prima di ritornare a Uyuni, la città, seguendo piste e bussole. Il tempo si è fermato, ogni punto di riferimento è saltato. Immaginare un luogo così è impossibile. La natura supera anche la fantasia.
L’indomani facciamo una tappa al cimitero dei treni di Uyuni, probabilmente uno dei più grandi del mondo: un ambiente da western all’italiana, un luogo inquietante, un museo a cielo aperto che conserva le reliquie di un passato ormai perduto. Locomotive, carrozze e vagoni merci, da decenni, sono in balia delle intemperie e del sale che ne corrode lo scheletro e ogni relitto è un’opera d’arte. La ferrovia era strategica nell’800 quando collegava le miniere di Uyuni con La Paz e con l’oceano, in territorio cileno. Una vasta rete ferroviaria, che trasformò Uyuni in un importante nodo per i trasporti. Ma quando le risorse minerarie cominciarono ad esaurirsi, arrivò il declino e con esso la povertà. Ecco, questo è l’altro volto della Bolivia, una terra che ha ispirato due fra i più importanti spiriti rivoluzionari che la storia ricordi: Simon Bolivar ed Ernesto Che Guevara. E forse, talvolta, è bene non dimenticare.


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