di Giovanni Baldoni – Foto di Riccardo Cusentino
C’è qualcosa di veramente surreale in un viaggio in Bolivia. Cominciamo da La Paz, la capitale più alta del mondo, che tecnicamente non è la capitale ma la sede del governo. La vera capitale sarebbe Sucre, ma le questioni amministrative lasciamole da parte. La Paz si trova ad un’altitudine di circa 3.600 metri, una quota che non consente agli aerei di grosse dimensioni di atterrare, pertanto il traffico dall’Europa è accolto all’aeroporto Viru Viru di Santa Cruz de la Sierra, nella parte amazzonica del Paese. Sì, perché la Bolivia è divisa in 3 parti totalmente differenti l’una dall’altra: quella amazzonica, dove il clima è tipicamente tropicale, caldo, umido, bacino che accoglie parte della foresta più estesa al mondo; poi c’è l’altopiano che ondeggia fra quote poco al di sotto ai 4mila metri e viverci è tutt’altro che facile perché a queste altitudini soggiornare non è uno scherzo e richiede acclimatamento, molta pazienza e molto adattamento; la terza parte è la Cordigliera Real, con cime dai 5mila ai 6.438 metri del monte Illimani.
Atterriamo quindi all’aeroporto Viru Viru ma la destinazione finale è ancora lontana e la scopriremo insieme. Saliamo su un volo interno da Santa Cruz a Cochabamba e qui prendiamo un’auto a noleggio: il 4×4 è una necessita se si vuole risalire l’altopiano e raggiungere la parte andina della Bolivia, luoghi remoti che affascinarono sia il suo fondatore, Simon Bolivar, sia personaggi del calibro di Che Guevara, che inseguendo un ideale (e forse un sogno) politico, proprio qui trovò la fine dei suoi giorni. E’ un viaggio complesso, quello in auto. Dire complesso è un eufemismo: per raggiungere La Paz bisogna letteralmente scalare in auto l’altopiano, su strade a strampiombo dove tutti guidano come pazzi, violando le più elementari norme del buon senso prima ancora che del codice della strada. Comunque non ci sono alternative e quindi partiamo, incanalandoci fra file di camion, auto sgangherate, autobus stracarichi di donne colorate e fagotti, pazzi alla guida. Ogni curva è una scommessa: speri che dall’altra parte non stia scendendo qualche sciagurato contromano. Proprio qui in Bolivia c’è la deadh road, la strada più pericolosa del mondo, ormai chiusa. Eppure il Padreterno ha un occhio di riguardo per questa gente: pensate che in termini di mortalità per incidenti stradali, la Bolivia è ad un ottimo cinquantottesimo posto nel mondo, con una media di 2.500 decessi l’anno (secondo il World Health Ranking).

Data l’orografia del paese, la rete stradale boliviana è molto semplice. Ci vogliono ore ma alla fine giungiamo sull’altopiano scavallando il passo ed è ormai notte. Il carburante scarseggia, siamo a oltre 4mila metri, fa meno 15, un freddo terrificante per noi in t-shirt e pantaloncini dato che qualche ora fa eravamo in Amazzonia con 40 gradi di temperatura. Sulla strada si aggirano ombre, avvolte in pesanti tappeti di lana che vendono “gasolina” ad ogni curva, in bidoni di plastica. Non ci sono alternative, la benzina va comprata qui e in questo modo. La cosa sconcertante è che costa 50 centesimi di dollaro: quando prendi coscienza che a 4.300 metri di altitudine, su strade impossibili, nel cuore della notte, ci sono frammenti di umanità che ti vendono benzina verde a 50 centesimi di dollaro, portata su in spalla o scaricata con pompe a mano da camion cisterna sgarruppati, ti monta la rabbia dentro ripensando all’Italia e alla cara e vecchia Europa. Soprattutto quando pensi al fatto che la Bolivia non ha giacimenti petroliferi (e nemmeno il mare, perché è un paese senza coste) e la benzina è esclusivamente importata in autobotti dai paesi confinanti che hanno sbocchi sull’oceano.

Il viaggio prosegue: dal passo finalmente si scende verso La Paz. Siamo sull’altopiano boliviano, e da questo momento vivremo fra i 3.600 e i 4.300 metri di altitudine per due settimane. A causa dell’altitudine dormire non è facile, l’acclimatamento non è facile, perché il clima non è facile: è rigido e il freddo ti entra nelle ossa, e ci rimane visto che il riscaldamento nelle abitazioni è un lusso. Eppure La Paz, alle 2 di notte, è una città in festa dove tutti fanno casino. La Bolivia – notate – è uno dei Paesi più poveri del mondo e le popolazioni andine stanno in cima alla top ten dei disgraziati a livello mondiale. Siamo qui per questo, per sostenere un progetto a favore delle piccole comunità rurali. Vedremo come andrà a finire. Nel frattempo, ci concediamo qualche ora di riposo in un hotel a La Paz e una piccola colazione, prima di ripartire per la prima tappa di questo lungo viaggio: Penas.
Penas è un piccolo villaggio rurale, dove un sacerdote italiano, don Antonio “Topio” Zavatarelli, di origini comasche, in quota alla diocesi di Gubbio (Umbria) e dunque sacerdote diocesano con incarico missionario, ha costruito una comunità. E ci sono molti ragazzi italiani che con padre Topio hanno compiuto un piccolo miracolo, provenienti prevalentemente dalla Lombardia. Quando pensate a degli eroi contemporanei, pensate a persone come queste. Perché sono persone straordinarie. Penas si trova a un’ora e mezza circa da La Paz. E’ un punto avanzato sull’altopiano per praticare “andinismo” (cioè “alpinismo” per noi europei che abbiamo le Alpi), sulla Cordigliera Real. Si tratta di un villaggio a quota 3.900 metri composto da una cinquantina di famiglie, tutte di origine Yaimara. La parrocchia è gestita da Padre Topio Zavatarelli che vive qui da 12 anni e ha creato una comunità italo-boliviana secondo i principi della condivisione comunitaria. La comunità di Penas, infatti, opera improntata verso un regime di autosufficienza con produzione locale di generi alimentari (agricoltura di sussistenza comunitaria) e ha sviluppato fra l’altro al suo interno un distaccamento dell’Università cattolica di Bolivia con una ventina di studenti boliviani che seguono il corso di laura triennale in Turismo andino (che include la formazione di guide andine), una serie di produzioni agro-pastorali, un Parco Avventura attualmente frequentato da visitatori di La Paz (ma non solo) con percorsi in sicurezza (ferrate) e altre attrazioni sui rilievi dell’altopiano per avvicinare il pubblico alla montagna. La comunità ha inoltre un team di guide italiane per l’andinismo sulla cordigliera, un centro di fisioterapia e di assistenza medica per la popolazione di Penas. Donne e uomini eccezionali.

L’impronta delle attività volte allo sviluppo dell’andinismo è laica, ma inserita in un contesto religioso. L’iniziativa nacque dalla passione per la montagna di Padre Zavatarelli e dalla sua esperienza nell’ambito dell’operazione Mato Grosso e da un periodo di missione in Perù, esperienza che ha consentito di riunire attorno a sé un nucleo di giovani alpinisti bergamaschi. Attualmente Padre Zavatarelli accoglie diversi volontari italiani che desiderano fare esperienza di condivisione comunitaria per periodi di tempo variabili.
Entriamo dunque in punta di piedi in questo piccolo eppure immenso mondo straordinario, fatto di pastorale sociale, di attenzione ai poveri, di pastorale giovanile rivolta ai giovani locali e a coloro che arrivano a Penas come volontari dall’Italia. Ripensando alle nostre chiese ormai vuote (sia fisicamente che – ahinoi – spesso anche spiritualmente), l’esperienza di Penas è entusiasmante. Padre Topio è carismatico, come lo sono anche i suoi collaboratori. L’idea stessa è carismatica. E il carisma, per chi mastica un po’ di teologia, è il dono dello Spirito Santo, e ha come mittente Dio in persona. Mica roba da poco. Ma loro, quelli della parrocchia-missione, la mettono giù molto più semplice: Penas è semplicemente definito “luogo libero e oasi di pace”. C’è molto da imparare da questi ragazzi.
La sala adibita all’andinismo racchiude un autentico tesoro per chi ama la montagna: i volontari collegati a Penas che attualmente sono in Italia sono riusciti attraverso una intensa rete di relazioni di inviare in Bolivia i migliori equipaggiamenti per scalate, alta montagna, arrampicate: equipaggiamenti di marca a disposizione di ospiti e volontari. All’interno della comunità c’è l’associazione Cordillera Experience, una organizzazione turistica diretta da Daniele Assolari, guida alpina che ha scalato e scala tutte le principali cime della cordigliera Real (info: www.lacordilleraexperience.org contatti telefonici e whatsapp 00591 63057462 oppure 00591 74865925).

Dopo un adeguato acclimatamento di alcuni giorni, scaliamo lo YankoHuiu 5.322 metri. Si parte di notte da Penas, una pista di rocce sconnesse per l’avvicinamento in jeep, poi al sorgere del sole da 4.600 si attacca la cima: dapprima su roccia e poi sulle nevi perenni della catena andina, con picozze, ramponi e in cordata. I cinquemila si sentono, eccome se si sentono, e il tratto finale, quello che ti porta sul tetto dello YankoHuiu, al cospetto di cime ancor più impegnative, è una purificazione che ti strappa lacrime dagli occhi. Lo sguardo si perde lungo la Cordigliera Real, supera l’orizzonte e scivola giù, oltre l’Altopiano, e coglie in estrema lontananza l’umido verdastro della foresa Amazzonica, centinaia e centinaia di chilometri più in là. Sopra c’è solo Dio.

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