di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, credo che nessuno di noi conoscesse il nome del kibbutz Kfar Aza ormai tristemente noto alle cronache per uno dei più orrendi massacri o dovrei dire “pogrom”: più di duecento morti uccisi casa per casa, cercati e massacrati nelle proprie abitazioni, uomini, donne, vecchi e bambini (anche neonati) alcuni dei quali decapitati. Avete letto bene: decapitati. Hanno purtroppo pubblicato orrende fotografie. Non so quale tragica ideologia, quale posizione politica, quale credo religioso possa giustificare o solo immaginare un simile orrore. Sappiamo bene che non esiste una guerra senza disastri, senza le atrocità dell’uomo sull’uomo, senza la perdita della misericordia e della pietà, ma ancora credo che si possa non cedere ad una cieca e furibonda bestialità qualsiasi ne sia la causa.
Questa tragedia incomprensibile colpisce ancora di più quando si pensa ad un rave party di giovani riuniti solo per ascoltare musica e ballare e la follia omicida di fanatici insensati dominati dall’odio e dal furore con il loro kalashnikov, granate, coltelli scatenati a sgozzare, a ferire, a uccidere. Enrico Mentana ha scritto che “assaltare dal cielo una festa con centinaia di giovani pacifici, ucciderne bestialmente 260, rapirne altre centinaia non è un atto di guerra, è un crimine contro l’umanità e un atto che ogni essere umano dovrebbe condannare senza se e sanza ma.” Paolo Mieli ha detto che si è solidali con i cadaveri degli ebrei per due o tre ore poi iniziano i distinguo. Infatti.

Il più facile di essi appartiene alla domanda: di chi è quella terra? Devo dire che non è facile rispondere. Intanto Palestina è il nome dato alla regione meridionale della Siria e la storia ci dice che quel lembo di mondo è stato abitato da numerose popolazioni. A cominciare dai cananei e poi dagli assiri, dagli egiziani, dai greci, dai romani e poi arrivarono il cristianesimo, l’Islam, gli europei, gli americani e gli arabi (A. Eban, 1968). Cari amici vicini e lontani, pensate che la Palestina, prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 a.C. da parte di Tito, contava circa tre milioni di ebrei. Possiamo molto rapidamente arrivare a dopo la Prima guerra mondiale dove sia la Francia che l’Inghilterra mostravano forti interessi su quel territorio, anche per la vicinanza al canale di Suez. Il 2 novembre 1917 il Foreign Office britannico emanò la seguente dichiarazione sotto forma di lettera indirizzata a Lord Rothschild, membro della Camera dei Lords: “… il governo di Sua Maestà vede con favore la fondazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico e farà del suo meglio per raggiungere questo obiettivo …”, firmato Arthur James Balfour. Questa dichiarazione segnò l’inizio di una campagna militare britannica in Palestina per liberarla dal dominio turco. Con la conferenza alleata di San Remo del 1920 la questione palestinese fu definita. Il mandato fu formalmente affidato alla Gran Bretagna dalla Società delle Nazioni nel 1922. Eravamo ancora lontani dai campi di sterminio nazisti.
Facciamo un altro salto nel tempo con la dichiarazione n. 181 dell’ONU con il “Piano di partizione della Palestina” elaborato dall’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) che fu approvato il 29 novembre 1947 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astensioni. Tale Piano, destinato a risolvere il conflitto tra la comunità ebraica e quella araba palestinese, scoppiato già durante il mandato britannico della Palestina, proponeva la partizione del territorio palestinese fra due istituendi Stati, uno ebraico, l’altro arabo. Il 56% di questo territorio fu affidato alla comunità ebraica, l’altro 44% a quella araba. Peccato che il territorio affidato agli ebrei era per lo più rappresentato dal deserto del Negev. Il 14 maggio 1948, nel museo di Tel Aviv, 240 persone ascoltarono David Ben Gurion che leggeva la proclamazione d’indipendenza dello stato di Israele. E fu subito la guerra poiché Israele fu assalito dagli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Giordania e Iraq. Il resto è noto. La striscia di Gaza, vasta circa un terzo della Val d’Aosta, fu presa dagli israeliani con la guerra dei “Sei giorni” nel 1967 ma nel 2005 Sharon ne impose il ritiro e i soldati di Gerusalemme dovettero trascinare via i coloni più irriducibili.
Il 10 ottobre appena passato, il giornale Il Foglio ha organizzato sotto l’arco di Tito a Roma (è evidente il valore simbolico), illuminato di bianco e di azzurro con la stella di Davide, una grande manifestazione molto affollata a favore di Israele con questo appello: “Quando una democrazia, come quella di Israele, viene colpita da terroristi che sognano di eliminarla, di cancellarla dalle mappe geografiche, di spazzarla via dalla storia, quella democrazia va difesa senza balbettare, senza indugi. …” Io credo che questo appello vada testimoniato e sottoscritto. Giuliano Ferrara con un discorso tonante e irruento, “Israele siamo noi”, ha sottolineato lo scempio compiuto da Hamas e il dovere di contrastare la barbarie e di affermare il valore della nostra cultura. Affermo convintamente che quando un terrorista si accanisce su un bambino viene meno al senso più profondo della nostra umanità, alla radice stessa del nostro esistere. Dunque, senza dubbi e senza distinguo condanniamo il massacro condotto dai terroristi di Hamas.
Cari amici vicini e lontani, qualche tempo fa Oriana Fallaci scriveva che se muore Israele moriamo un po’ anche noi. Credo che abbia ragione e per questo dobbiamo ricordare che “Israele siamo noi”.
