VARESE – Sono passati 20 anni dalla legge del 2004 che ha istituito il Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Oggi, sabato 10 febbraio, Varese ha celebrato la ricorrenza con la cerimonia istituzionale che si è svolta presso la Sala Montanari (qui sotto un video riassunto). Al centro video, testimonianze, musica e un omaggio a Ottavio Missoni.
Presenti le istituzioni
Ad organizzare le celebrazioni come da consuetudine la Prefettura di Varese insieme a Provincia di Varese, Ufficio scolastico territoriale, Università dell’Insubria, Comune di Varese e la sezione varesina dell’Associazione Venezia Giulia Dalmazia, il cui presidente Pier Maria Morresi ha introdotto la mattinata. «Le voci degli esuli per motivi anagrafici si stanno spegnendo – ha detto – è importante comunicare il ricordo». Tra i presenti in prima fila anche i parlamentari Maria Chiara Gadda e Alessandro Alfieri, mentre il prefetto Salvatore Pasquariello ha letto il testo di un intervento di Lucia Bellaspiga, discendente di esuli, effettuato alla Camera nel 2015. Al centro dell’evento quindi la proiezione di un documentario di 20 minuti con le testimonianze di 8 esuli viventi e una lezione storica del professor Antonio Orecchia dell’Insubria.
L’intervento del sindaco
Tra gli interventi anche quello del sindaco Davide Galimberti, che a poche ore dal presidio antifascista previsto per questa sera ha voluto rimarcare l’importanza di difendere i valori della Costituzione (nel video qui sotto il suo intervento). «Sempre più spesso assistiamo all’emergere di atti e iniziative che si richiamano all’odio e ai totalitarismi – ha detto – credo che oggi più che mai sia importante respingere con fermezza i gesti inaccettabili di chi ispira nettamente agli estremisti che negano il rispetto dei diritti civili». Ha poi aggiunto che Varese crede nella democrazia ed è contro ogni genere di dittatura e totalitarismo. «La nostra città si riconosce solo nei valori sanciti nella Costituzione. Quest’anno nella ricorrenza del Giorno del Ricordo la nostra città condanna con ancora maggiore forza le violenze compiute in un passato irripetibile e al tempo stesso condanna ogni forma di prevaricazione e violenza».
Il testo di Ottavio Missoni letto dal nipote
Tra i momenti più significativi della mattinata la lettura da parte di Ottavio Missoni di un testo (qui sotto la versione integrale) del nonno omonimo, esule dalla Dalmazia e sempre presente finché è stato in vita alle celebrazioni del Giorno del Ricordo.
Le Foibe in Dalmazia si chiamano Mare Adriatico.
Il Giorno del Ricordo è un momento di riflessione che accomuna tutti coloro che hanno subito la tragedia adriatica e vuole essere una compensazione per i troppi che non hanno una sepoltura nota e degna di questo nome, sulla quale parenti e amici possano deporre un fiore.
Personalmente, questa storia potrei iniziarla dal Natale 1941, l’ultimo che ho passato a Zara.
Subito dopo, gennaio 1942, militare. Quindi in Africa settentrionale, combattente sul fronte di El Alamein, quindi prigioniero degli inglesi, quattro anni in Egitto. Al rientro – settembre 1946 – la mia famiglia, mamma, papà e un fratello, dopo circa cinque anni li ho rivisti non a Zara, ma a Trieste.
Così arriviamo al nostro dramma di Esuli.
L’opinione pubblica italiana solo di recente è venuta pienamente a conoscenza dell’esodo che ha costretto noi Dalmati, unitamente a Fiumani ed Istriani, a lasciare Zara e le altre terre della Dalmazia.
Le cifre dicono che gli Esuli sono stati (360.000) trecentosessantamila, senza mettere in conto i morti, infoibati in Istria e affogati nel Mare Adriatico in Dalmazia. Trecentosessantamila significa che l’esodo è stato totale.
Oggi si parlerebbe di “pulizia etnica”
In Italia si festeggia la giornata della “Liberazione”, ma c’è una piccola differenza tra l’essere stati liberati dagli americani e l’essere stati liberati dai nazionalcomunisti di Tito.
Certamente una guerra che non si doveva fare, ma è anche vero che per colpa di questa guerra che “non si doveva fare” gli istriani giuliano-dalmati hanno pagato un conto spaventoso, sia materialmente che moralmente, che non è possibile quantificare.
Con tutto ciò i profughi hanno dato nel complesso un grande esempio di dignità; hanno trovato, nella fedeltà alle loro origini e al loro destino, parole d conciliazione che dovrebbero essere un esempio per tutti.Dopo cinquant’anni il Parlamento ha istituzionalizzato il giorno del ricordo.
Si sono aperti dibattiti sul perché solamente adesso. Ci si chiede come mai questo dramma sia stato ignorato per cinquant’anni. Evidentemente a molti la verità non faceva comodo, e i molti dovevano essere tanti. Così i tanti hanno semplicemente “mistificato la verità tacendo”
Ho detto all’inizio che al mio rientro dalla prigionia, settembre 1946, ho trovato i miei genitori a Trieste, non a Zara. Zara, una città che più non esiste.
Alla voce “Zara” dell’Enciclopedia Treccani si legge tra l’altro: “La città fu sottoposta a ben 54 durissimi bombardamenti aerei anglo-americani ed ebbe a subire gravissimi danni: oltre l’85% degli edifici fu distrutto o danneggiato;
3.000 cittadini vi lasciarono la vita; i superstiti, dopo l’Ottobre 1944, completarono l’esodo iniziato un anno prima”Giustamente Enzo Bettiza l’ha definita la piccola “Dresda dell’Adriatico”. Zara, una città che più non esiste. Noi siamo esuli “permanenti”. L’emigrante può sempre sognare che un giorno tornerà al suo paese, ritroverà il suo “borgo”, la sua osteria, i quattro amici. Ma come sognare una cosa che non esiste? Per far rivivere Zara a noi rimangono solo i ricordi: una magica favola di una città che alla fine ti fa sorgere il dubbio che non sia mai esistita. Zara forse esiste ormai solo nel cuore e nel disperato amore dei suoi cittadini dispersi nel mondo.
Sarà forse impossibile, come teme il mio amico Enzo Bettiza, o quanto meno molto difficile, ricostruire l’unità e l’armonia che regnava un tempo fra i diversi popoli dalmati.
Per quanto mi riguarda i Dalmati, a qualunque etnia appartengano, per me saranno sempre i “fratelli della costa”.
E io spero che questo Mare Adriatico, che per secoli ha unito le due sponde, sia culturalmente sia economicamente, e che per più di 50 anni le ha divise, torni ad unirle nel millenario solco della cultura mediterranea.
