di Adet Toni Novik*
C’è un mantra che fa capolino nei discorsi dei seguaci delle serie gialle americane: se non c’è il cadavere non c’è il delitto. Lo dicono gli investigatori, lo dice spavaldo il sospettato. L’affermazione è corretta se si guarda il processo americano, strettamente ancorato alla prova, l’evidence, indispensabile perché il caso possa essere portato all’attenzione di una giuria. Il sottofondo pratico è semplice: le giurie, composte da cittadini estratti a caso, non esperti di casi giudiziari, non sono in grado di seguire ragionamenti complessi. La giuria ha bisogno di dati certi, in grado di consentire una condanna oltre ogni ragionevole dubbio. Se manca il cadavere, nessuna giuria condannerebbe un imputato per omicidio. Nel caso di Robert Durst, il milionario americano condannato per l’omicidio di un’amica, l’imputato non fu mai processato per la scomparsa della moglie, nonostante tutti sapessero che l’aveva uccisa e nascosto il corpo.
Da noi questo ragionamento non funziona. Il nostro ordinamento processuale consente che un giudizio di condanna possa fondarsi su indizi, che sono un meno rispetto alla prova piena e un più rispetto al sospetto. È il procedimento indiziario. Faccio un esempio semplice: Mario ha un rapporto di forte inimicizia con Piero. Più volte Mario ha minacciato di ucciderlo. Un giorno, Piero viene trovato morto, colpito da plurime coltellate. A poca distanza viene trovato Mario che si sta allontanando. Ha in mano un coltello sporco di sangue, compatibile con l’arma del delitto, e sui vestiti e sulle mani ha il sangue di Piero. Nessuno ha visto Mario colpire Piero e Mario rimane in silenzio. Questo è un processo indiziario: c’è il movente, l’odio di Mario verso Piero, c’è un contesto temporale significativo, Mario viene trovato a poca distanza dal corpo, c’è l’arma del delitto e il sangue della vittima sui vestiti e sulle mani di Mario. Mi pare che non ci siano dubbi e che in futuro processo è più che ragionevole attendersi la condanna di Mario, nonostante nessuno lo abbia visto colpire Piero.

Attenzione: non bisogna confondere gli indizi con i sospetti che sono solo congetture. Gli indizi per diventare prova devono avere alcune qualità: devono essere gravi, cioè forti, precisi, devono ricollegarsi sicuramente al delitto, e concordanti, nel senso che devono convergere verso lo stesso risultato. Così, sempre restando nell’esempio, non sarebbe sufficiente il solo movente per ritenere Mario colpevole dell’omicidio di Piero – è vero che l’ha minacciato di morte, ma fortunatamente non tutti quelli che minacciano un avversario poi passano all’atto pratico -, e non sarebbero significative nemmeno le sole macchie di sangue, se Mario affermasse di aver trovato il corpo sanguinante di Piero, di essersi macchiato per aver cercato di verificare se c’erano segni vitali e di essere scappato per paura di un’accusa.
Il ragionamento indiziario fa capire perché la mancanza di un cadavere nel nostro sistema non è sufficiente per escludere un omicidio. Noi possiamo cambiare la nostra vita futura, ma il passato è immodificabile. Il passato è una carta geografica su cui sono segnati i momenti della nostra vita. Telecamere di sorveglianza, tabulati telefonici, geolocalizzazioni, caselli autostradali. Tutto contribuisce a far ricostruire il nostro passato e può diventare un indizio. Così, se all’improvviso un coniuge scompare, e non si sa più niente di lui/lei, una molteplicità di indizi può far giungere alla conclusione che sia stato ucciso, e il cadavere occultato. Potrà diventare un elemento il telefono spento, se nei tempi precedenti era rimasto sempre acceso; una chiamata non risposta in tempo compatibile con la scomparsa; una macchina che si allontana di notte; i precedenti litigi; un grido percepito dai vicini; il comportamento pregresso: è inverosimile che una madre all’improvviso lasci i figli piccoli cui è legatissima; le relazioni extraconiugali. Il processo indiziario, in sé considerato, è strumento complesso. Può portare ad errori (esempi ne sono il caso Sollecito/Knox e il caso Stefano Binda, in cui gli imputati subirono una lunga carcerazione per poi essere assolti), ma in mano a magistrati esperti e cauti è uno strumento a cui non si può rinunciare al fine di giungere all’accertamento della verità.
Il ragionamento indiziario è alla base della recente condanna definitiva di Bozzoli per l’omicidio dello zio. Non c’era il cadavere, ma l’esistenza di un movente ha legato tra loro, in un quadro di insieme coerente, una serie di indizi ed ha fatto giungere i giudici alla conclusione che il corpo era stato dissolto in un altoforno. Processi indiziari furono quelli per la scomparsa di Roberta Ragusa e di Mariella Cimò, i cui corpi non furono mai trovati, ma per cui furono condannati per omicidio i rispettivi coniugi.
Non credo che tra i futuri lettori di questo articolo ci saranno persone che, almeno nella loro testa, in un momento di esasperazione, hanno accarezzato l’idea di liberarsi una volta per tutte del coniuge, nascondendo il corpo. Non fatelo. Se non per una ragione di Umanità, per una di interesse. Il delitto non paga mai. Prima o poi sareste arrestati e invece della agognata libertà vi attenderà una cella, molto scomoda.
*già magistrato della Corte di Cassazione
