Libertà di stampa e magistrati con la bocca cucita per legge

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Ambrogio Cartosio, procuratore capo di Termine Imerese

“In questi giorni non ho risposto alle domande rivolte dai giornalisti, ma l’ho fatto semplicemente perché è giusto che si sappia che in Italia non è consentito fare diversamente”. Parole del procuratore capo di Termine Imerese, Ambrogio Cartosio, in apertura della conferenza stampa per il naufragio del Bayesian. Il procuratore si è rifatto alle normative in vigore, quelle del decreto 106 del 2006 e alle successive modifiche introdotte con la cosiddetta Legge Cartabia. Si tratta di provvedimenti che vietano al procuratore della Repubblica e ai suoi sostituti di fare dichiarazioni ai giornalisti se non in particolari occasioni. Ciò è concesso soltanto attraverso la diffusione di un comunicato o durante conferenze stampa da convocare esclusivamente per fatti di grande rilievo. Come il tragico affondamento del veliero con la sua scia di persone decedute.

Conferenza stampa comunque convocata a diversi giorni dal disastro di Ponticello, durante i quali i giornalisti sono stati praticamente tenuti all’oscuro dalle fonti ufficiali. I giornalisti e, assieme a loro, l’opinione pubblica, scossa da un evento che, come ha detto il dottor Cartosio, era ed è di portata mondiale.

Il problema sollevato dal procuratore capo di Termine Imerese interessa tutta l’informazione nel nostro Paese per quanto riguarda fatti di cronaca, a cominciare da quella giudiziaria. In buona sostanza, la Cartabia tende a garantire la privacy e la presunzione di non colpevolezza, ma anche a sottacere situazioni che, al contrario, sono di grande o minore rilevanza pubblica. E c’è chi, come noto, prova ancora oggi ad inasprire l’accesso alle fonti di informazione, soprattutto se i protagonisti dei fatti da diffondere sono politici. Vogliamo parlare delle intercettazioni e di quanto si è fatto e si sta facendo per ridurle durante le indagini e per quanto concerne la loro diffusione? Ma tra gli eccessi della stampa (che ci sono, spesso intollerabili) e le garanzie per indagati, vittime e persone comuni ci sarà pure una via di mezzo. O no?

Ma torniamo al procuratore siciliano e alla legge Cartabia.  “Personalmente – ha detto ancora Cartosio – ho criticato questa legge in più di un dibattito pubblico perché a mio avviso questa legge crea ostacoli notevoli all’attività della libera informazione, ma credo che tutti i cittadini siano tenuti a rispettare le leggi anche quando non piacciono. Più ancora quando riguarda i magistrati che devono rispettare le leggi. Ecco la ragione per la quale non ho potuto rispondere alle domande che mi venivano rivolte». Una dichiarazione che apre un mondo sul rapporto tra magistratura e stampa, la prima (comprese le forze dell’ordine) con le bocche cucite per legge, la seconda obbligata a vere e proprie peripezie per ottenere informazioni. Che quando non arrivano si piegano facilmente al gossip. Scenario che la dice lunga sulle difficoltà di un mestiere, quello del giornalista, sempre più complesso e, diciamolo pure, sempre più improbabile per una serie di ragioni non solo normative. Un mestiere esposto alle critiche e, molto spesso , all’ostilità dell’opinione pubblica, con il giornalista impossibilitato a svolgere il ruolo che gli è proprio: quello di informare.

Succede così, ma è solo un esempio fra i tanti, che anche in provincia di Varese si venga a sapere di un omicidio/suicidio soltanto alcuni giorno dopo che è accaduto. Come se fosse un fatto di ordinaria amministrazione, neanche da raccontare. Come molte altre vicende di cui non si sa nulla, così che i cittadini vengano tenuti all’oscuro, sempre come esempio, che il vicino della porta accanto è stato arrestato per concussione o, addirittura, per omidicio. Che tipo di garanzie sono mai queste? In conclusione, perché  dovremmo sorprenderci se, non più tardi del mese scorso, nel rapporto sullo stato di diritto, l’Unione Europea ha criticato l’Italia proprio sui principi disattesi della libertà di stampa?

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