LONATE POZZOLO – Una prigione senza recinzioni o muri, solo campi da coltivare e stalle per accogliere gli animali. Un progetto destinato ai detenuti macchiati di reati non gravi, per poter scontare gli ultimi mesi (diciotto) in un luogo di lavoro in cui l’unico ostacolo alla fuga era di natura psicologica, visto che prevedeva il ritorno in carcere. È tutto vero: una storia curiosa che ha radici nel territorio di Lonate Pozzolo. Si tratta dell’ex casa circondariale Bellaria, realizzata negli anni Cinquanta per risolvere il problema del sovraffollamento del carcere di San Vittore. Tema che oggi viene rispolverato dal già senatore sommese Luigi Peruzzotti, oggi consulente del ministero dell’Interno: «Si potrebbe riproporre, con adeguati aggiornamenti».

La prigione in campagna
Un salto indietro, fino alla prima metà degli anni Cinquanta. La casa circondariale Bellaria nasce per mano – letteralmente – dei detenuti, costruito e manutenuto da loro. Sono diversi i documenti che testimoniano le attività svolte: la coltivazione del mais e l’allevamento dei bovini, fra gli altri. In un luogo che a tutti gli effetti era un’azienda agricola. Ma anche un progetto sociale: dei 350 ettari della colonia, ben 250 erano coltivati e senza la presenza di recinzioni o filo spinato. L’unico dettaglio che metteva un freno al desiderio d’evasione era il rischio di ritornare in carcere. Lì accanto sorgeva la prima Malpensa, la cui espansione finì con l’inglobare le terre del carcere Bellaria: nel 1989 le aree vennero cedute. E l’ipotesi di replicare la struttura nel vicino Campo della Promessa, sfumò. Ma oggi c’è chi rilancia l’idea di creare un luogo simile.

«Si potrebbe riprendere»
Il senatore Peruzzotti riprende in mano il modello del carcere Bellaria: «Una considerazione in merito alla situazione carceraria sempre più drammatica e un’idea già sperimentata anni fa», dice. «Ma che si potrebbe riproporre con adeguati aggiornamenti». Racconta: «Fino a poco prima dell’ampliamento di Malpensa esisteva una casa circondariale per detenuti – con pene fino a 18 mesi – che coltivavano la terra e allevavano animali, vivendo in strutture da loro stessi costruite». Come detto «non c’erano cancelli, né barriere protettive esterne» e i prigionieri «sapevano che in caso di fuga sarebbero rientrati in carcere a scontare la loro pena». Un progetto, insomma, che «si potrebbe riprendere». Magari, suggerisce, «anche per risolvere il problema delle detenute con bambini piccoli e di detenuti con pene per reati minori e privi di pericolosità sociale». E conclude: «L’importante è che se ne parli nelle sedi opportune e si valuti la fattibilità. Ma senza nessuna preclusione preconcetta».
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