A Varese Archeofilm la vera Lucrezia Borgia del “docupop” di Melluso e Schiavo

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VARESE – «La storia è la migliore sceneggiatura mai scritta, perché non ha il vincolo di verosimiglianza. Volevamo raccontarla a modo nostro, per riappropriarcene»: così hanno dichiarato ieri, venerdì 6 settembre, i registi e sceneggiatori Marco Melluso e Diego Schiavo, già vincitori di Varese Archeofilm 2019 con “La Signora Matilde – Gossip dal Medioevo”, riguardo a “L’incantevole Lucrezia Borgia”, loro ultima fatica e proiezione che ha aperto in Sala Montanari la terza serata del festival. Intervistati da Marco Castiglioni gli autori hanno illustrato genesi, particolari e linee guida del “docupop” a cui è seguito “I fratelli Champollion”, filmato che ha ripercorso le vicende che portarono alla decifrazione dei geroglifici, consentendo “un balzo in avanti di millenni della memoria umana”.

Una soap opera tra intrattenimento e ricerca

«Avevamo inizialmente pensato al nome “docucommedia” ma erano anche i tempi di parole come “petaloso” e “apericena”, perciò abbiamo poi deciso di chiamare la nostra opera “docupop”, perché dietro all’intrattenimento, alle tante citazioni pop c’è stato un lavoro di ricerca durato due anni». Documentario ironico ed eclettico che tra gli attori protagonisti vanta Lucrezia Lante Della Rovere – nei panni di Lucrezia – e Tullio Solenghi, mostra con estrema accuratezza e in forma di telenovela luci, ombre, intrighi e immancabili colpi di scena che coinvolsero la casata Borgia e la sua più famosa esponente, accompagnate da spettacolari scorci di Ferrara e del suo territorio, città che insieme a Roma la ebbe maggiormente sotto i riflettori. “In quel periodo il mondo è cambiato velocemente, e tutti se la sono presa con i Borgia”. E Lucrezia, in quanto donna, pagò doppiamente: “La storia va raccontata in maniera giusta – è il monito finale – non con la prima cosa che ti passa sotto il naso”.

«La donna è raccontata troppo poco»

Lucrezia che fu ingiustamente caricata di una fama di avvelenatrice e mangiauomini a seguito delle innumerevoli lotte di potere che sconvolsero l’Italia; in realtà fu quella che oggi si potrebbe chiamare un’imprenditrice ante litteram, autrice della maggiore opera di bonifica sino ad allora compiuta, che giunse a investire trentaseimila chilometri quadrati. Sotto la sua autorità Ferrara fiorì attraendo intellettuali come Ludovico Ariosto e Matteo Maria Boiardo ma anche affermandosi in ambiti come la cucina, con invenzioni come il panpepato, la salamina da sugo e addirittura le stesse tagliatelle, che la leggenda vuole ispirate dai suoi capelli biondi: «Vogliamo tramettere un’idea di appartenenza, riguardo all’arte, alla cultura italiana e anche a un aspetto come questo, che incontriamo quotidianamente in tavola. Ma sono gusti che arrivano a noi dal Rinascimento. Noi siamo i nipoti di quelle cose».
«Quello che ci interessa è anche parlare della donna, molte hanno cambiato la storia del mondo – hanno sottolineato Melluso e Schiavo – l’idea è che venga raccontata troppo poco. E viene presentata solo come buona o non buona, santa o femme fatale, sempre ingiustificabile. Il nostro sogno è portare in futuro sullo schermo la vita straordinaria dell’imperatrice Teodora, che da prostituta e attrice del circo divenne moglie di Giustiniano e concluse la sua vita come santa».

La corsa per risolvere un enigma millenario

Dietro alla straordinaria scoperta di Jean François della chiave per decifrare la lingua dell’antico Egitto c’è stato l’importante aiuto di Jacques-Joseph che, amante dei libri, ed essendosi accorto delle sue capacità fuori dal comune come traduttore, ne sostenne l’opera di ricerca. “I fratelli Champollion – Nel segreto dei geroglifici” ha ricostruito con interviste e filmati d’animazione la corsa, in competizione con altre nazioni europee – in primis la Gran Bretagna – tra fine Settecento e inizio Ottocento per giungere a capo di un enigma che sino ad allora non aveva avuto soluzione. Nemmeno il ritrovamento della stele di Rosetta, scritta in greco, demotico e geroglifici per poter raggiungere tutta la popolazione, si era dimostrata decisiva; mentre a Londra il rivale Thomas Young tentava di tradurre, a Parigi il più giovane dei fratelli Champollion decideva di imparare a parlare quel secondo linguaggio che, ancora usato dai copti nei riti sacri, era quello che più si avvicinava alle antiche parole dell’Egitto.
Fu proprio quella lingua morta ad aiutare Jean François quando intuì che i geroglifici non fossero un modo di comunicare solo fonetico: a un simbolo non corrispondeva un unico suono ma, a seconda degli altri segni con cui veniva associato, ne assumeva tanti e differenti. La chiave fu la dinastia dei faraoni tolemaici che, essendo di origine greca, avevano nomi che non esistevano nella lingua locale e perciò in quel caso a ogni lettera doveva per forza corrispondere un solo suono. Tra i primi decifrati ci furono Tolomeo, Cleopatra e Alessandro: Champollion, dopo essere corso ad annunciare la rivelazione al fratello maggiore, perse i sensi. Si trasferì poi per diversi mesi in Egitto, così da mettere alla prova sul campo il suo metodo, in luoghi come Tebe e Abu Simbel. Tornato in Francia nel 1830, un ictus lo spezzò due anni dopo; ma ormai il primato della scoperta, con la nascita dell’egittologia, era acquisito e la sua opera, con la strada ormai aperta da una “grammatica egiziana” di cinquecento pagine, venne mantenuta viva da Jacques-Joseph.

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