di Gian Franco Bottini
Il numero dei pensionati nel nostro Paese è oramai assai prossimo a quello dei dei lavoratori dipendenti e nel 2028 le previsioni dicono che lo supererà. E’ una notizia comparsa all’intorno del ferragosto alla quale non si è dato il dovuto seguito, ma che non può non aver creato preoccupazione ai pochi che, distolti dalle chiacchiere sul bagnasciuga, hanno dato alla cosa un minimo di attenzione.
Chiaramente il fenomeno interessa particolarmente le regioni del Sud ma il peggioramento prospettato graverà soprattutto su quelle del Centro-nord e la provincia di Varese è già sin d’ora fra le più malmesse.
Diciamo malmesse perché se vogliamo commentare banalmente la cosa buttandola in soldoni: le uscite per le pensioni aumenteranno e gli incassi per i contributi diminuiranno; le conseguenze sulle casse dello Stato sono evidenti.
Le responsabilità della politica sul tema partono da lontano. Basti ricordare l’infausta questione delle Baby-pensioni che, nel lontanissimo 1984 (!), consentirono a lavoratori con 14 anni di servizio di divenire pensionati aumentando conseguentemente l’esercito dei lavoratori “in nero” (157.000 risultano ancora pensioni attive).
Da allora ad oggi la politica, senza esclusioni di parte, ha sempre usato il tema pensionistico per le sue più smaccate “marchette” elettorali. Le più recenti sono note a tutti, ma non le citiamo per non sminuire un tema così preoccupante, dietro l’accusa di volerla “buttare in politica” .
Danni di lunga durata quindi, che purtroppo non possono che prevedere rimedi di lunga gestazione, sempre sul presupposto che la “politica” abbia almeno ben chiare le aree sulle quali si articola il sistema e sulle quali bisogna intervenire.

Quattro sono i principali fenomeni che incidono particolarmente: denatalità, invecchiamento, tasso occupazionale, lavoro “in nero”. Nulla di nuovo visto che se ne parla da decenni senza, a quanto pare, che i vari governi abbiano convenientemente provveduto nel tempo a correttivi sistemici , sicuramente spesso impopolari e quindi da rinviare regolarmente ai successori. E dato l’elevato numero dei governi che si sono succeduti e la loro breve durata si può spiegare la scarsa iniziativa.
Stavamo appunto pensando alla complessità della questione quando, sempre nello stesso periodo ferragostano, ci siamo imbattuti in una ulteriore informazione, che ci dava il segno di quante e di quale portata siano le contraddizioni nel nostro Paese.
Per intervenire sulla situazione citata il rimedio di più rapido beneficio parrebbe essere quello di riuscire ad alzare il tasso occupazionale ( conseguentemente aumentando gli incassi contributivi). E proprio a tal proposito il Ministro del Lavoro Calderone segnalava, in una recente audizione Parlamentare, l’esistenza nel nostro Paese di 1,5 milioni di posti di lavoro che non trovano copertura. “E non si tratta di astronauti” chiariva ironicamente il Ministro, “ma di figure necessarie a far funzionare le nostre manifatture”.
E ancora: “Le aziende dicono che mancano professionalità specifiche nel settore dell’industria, che oggi non sono così facili da trovare nel contesto territoriale. Non a caso abbiamo un aumento esponenziale delle richieste di permessi di soggiorno e autorizzazioni a stipulare contratti con lavoratori extracomunitari”. Un bell’impatto, quest’ultima affermazione, sulla nostra controversa politica migratoria.
Ma la madre delle contraddizioni sta nel fatto che pur occorrendo aumentare l’occupazione parrebbe che pochi abbiano la voglia di lavorare. E inevitabilmente, sottacendo le responsabilità di chi avrebbe dovuto creare un diverso contesto (Stato, politica, sindacati, scuola, industria, famiglia e chi più ne ha più ne metta) il dito viene puntato verso i giovani; chi per colpevolizzarli e chi per giustificarli.
Posizioni ambedue sbagliate e argomento che meriterebbe un ampio esame senza comunque sottacere che quel 1,7 milione di giovani fra i 15 e i 29 anni di ragazzi definiti NEET (non studiano, non lavorano, non si stanno formando ad una professione, in parole povere “non fanno niente”), sono un numero preoccupantemente simile a quello dei posti di lavoro disponibili segnalati dalla signora Ministra.
Chissà che non abbiano abbiano ragione coloro che li definiscono “figli del Reddito di cittadinanza”; oggi, di fronte ad un governo che finalmente si propone (almeno a parole) di restare “a cassetta” per cinque anni, è difficile per lo stesso esimersi dal mettere mano a tutti i citati problemi nella loro complessità. Il che significa, per Meloni&Co, dover affrontare, con urgenza, una gran bella gatta da pelare.
