di Adet Toni Novik*
L’ordinanza emessa dal Gup del Tribunale di Verbania mi consente di affrontare una tematica che in questa tornata di legislatura sta riscuotendo un forte consenso: la separazione delle carriere tra Pubblico ministero e Giudice. I termini della questione sono noti: secondo i sostenitore della separazione, tra cui il Ministro Nordio, ex pubblico ministero, il giusto processo richiede che giudici e pubblici ministeri facciano parte di ordini separati, in modo da accentuare l’indipendenza del giudice che non vedrà più nel Pm un collega, proveniente dal comune concorso e con cui spesso mantiene rapporti amicali.
Perché ho parlato del Gup di Verbania? Perché nell’udienza preliminare, con una pregevole ordinanza, quel giudice ha posto una serie di paletti alla struttura delle imputazioni, tali da stravolgere l’impianto accusatorio. In una mia analisi su Malpensa24, ho accennato alla prova di indipendenza che quel giudice, criticando nei profili di diritto le tesi del pubblico ministero, aveva dato in un processo di forte impatto mediatico. Adesso, lo sguardo va allargato oltre il caso singolo. Dalle statistiche giudiziarie dell’anno 2021/2022 – nonostante le ricerche non ho reperito quelle del 2023 – si ricava che nel giudizio ordinario su 188.372 processi il 55,3% si concludono con l’assoluzione dell’imputato e solo il 36,4% con una condanna. Le assoluzioni salgono al 67,5% nelle opposizioni a decreto penale (15.491) e scendono al 40,6% nel giudizio direttissimo (4.556, dove la prova è più evidente).
I dati sono analoghi all’anno 2020/2021 e negli anni precedenti. Cosa significa? I numeri, e non le parole, dimostrano che nel giudizio, dove si decidono le sorti della persona imputata, pur con tutte le difficoltà e le lungaggini che il dibattimento si porta dietro, il giudice (monocratico e collegiale) nella maggioranza dei casi dà torto al pubblico ministero. Allora, viene spontanea la domanda: se nella maggioranza statistica dei casi l’imputato è assolto, a cosa serve la separazione delle carriere? In realtà, i fautori della riforma, anche se non lo dicono, non guardano tanto al giudizio, quanto alla fase delle indagini, quella più pubblicizzata sui giornali, dove effettivamente il pubblico ministero ha un ruolo predominante che non trova un adeguato contrappeso nel Gip, privo di incisivi poteri di controllo.
Per stare ai momenti più importanti, è il pubblico ministero che decide: – se iscrivere o no una persona nel registro degli indagati; – se e quale misura cautelare chiedere al Gip; – se chiedere l’archiviazione o il rinvio a giudizio. Nella fase più importante, quella in cui si indirizza l’indagine e si acquisiscono quelle che diventeranno prove, si sente la mancanza di quello che fu il Giudice istruttore. Fu per una questione di principio che si è voluto eliminare la figura di un giudice che indagava. Fu sempre per una questione di principio che quando dispone il rinvio a giudizio il Gup non deve spiegare le ragioni di quel provvedimento: cioè, il motivo per cui ritiene che le prove a carico dell’imputato sono sufficienti per una condanna. Fu sempre per una questione di principio che il giudice del dibattimento deve essere “ignorante”, nel senso che non deve sapere quello che è avvenuto nella fase delle indagini e deve rifare tutte le prove.

Ma i princìpi sono come la corda dell’impiccato: ti innalza sopra gli altri, ma ti strozza. E noi siamo impiccati ai princìpi. Ogni anno più di 100.000 persone subiscono il peso di un processo, e pagano le spese di difesa, pur essendo innocenti. Eppure, nel 1988, quando fu varato il nuovo processo di tipo accusatorio, si disse che solo il 5% dei processi sarebbe arrivato al dibattimento, mentre la parte maggiore sarebbe stata definita diversamente. Previsione clamorosamente sbagliata. Inutile, per ora, analizzare le cause di questo disastro. La domanda è: come mai, nonostante la completezza delle indagini e i controlli del Gip sono sottoposte a processo persone che poi saranno assolte?
Riprendo il caso del Gup di Verbania: quel giudice, nonostante la fatica che ha comportato prendere conoscenza di tutto il corposo materiale di indagine (perizie, interrogatori, atti di indagine) ha adempiuto il suo compito e ha fornito una motivata risposta giudiziaria. Ecco, quindi, la prima risposta: quando il Gup nell’udienza preliminare deve disporre il rinvio a giudizio dovrebbe farlo spiegandone le ragioni, e non, come adesso, con un provvedimento privo di motivazione. Solo redigendo la motivazione quel giudice sarà in grado di verificare, e spiegare, le ragioni per cui ritiene che nel successivo giudizio è probabile che si arrivi ad una condanna (art. 425: Il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere anche quando gli elementi acquisiti non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna).
Non mi si venga a dire che il giudice del dibattimento sarà condizionato da quello che scriverà il Gup: ogni giudice è geloso della sua autonomia, e nessuno si è mai fatto condizionare. E poi, tutti i processi, ormai, si fanno prima sulla stampa e in tv, per cui tutti i giudici, particolarmente quelli popolari, hanno conoscenza dei fatti ben prima del processo. Ecco, quindi, che la separazione delle carriere non è altro che un argomento di distrazione di massa, per non affrontare i veri guasti che questo processo, nato sull’onda di esperienze diverse da quelle proprie della nostra civiltà giuridica, sta creando, e creerà ancora.
Abbiamo una legislazione fortemente punitiva, si creano nuovi reati e si aggravano le pene di quelli esistenti, ma non ci sono fondi per le carceri, né per pagare tutti quelli (periti, difensori) che intervengono nel giudizio. Eppure, abbiamo un processo che ha un costo che nessun’altra Nazione democratica può permettersi. Se qualcuno, ad esempio, mi chiedesse quanti giudici sono necessari per un processo nei tre gradi di giudizio, io risponderei: dipende, minimo 13 nei casi semplici, ma potremmo anche dover raddoppiare e oltre.
C’è una seconda ragione: ogni potere deve avere un contrappeso, anche quello del Pm. Ci vuole un Gip forte, che non sia solo organo di controllo per i singoli atti, ma svolga anche una funzione propulsiva, superando inerzie e resistenze. Alludo, ad esempio, a tutti i casi in cui il Gip “ordina” al Pm di compiere ulteriori indagini o, come nel caso di Verbania, modificare le imputazioni. L’esperienza dimostra che se il Pm ha già espresso il suo convincimento difficilmente cambierà idea – la forza della prevenzione, cioè l’attitudine umana a mantenere fermi i precedenti convincimenti, non riguarda solo il giudice – , e costringere il Pm a compiere indagini o adottare provvedimenti, a cui non crede non è normalmente fruttuoso. Non è meglio, superando i princìpi, che sia il giudice a provvedere direttamente?
È vero, come dice la Corte costituzionale (n. 116/2023) che è “al pubblico ministero, e a lui soltanto, che spetta apprezzare in prima battuta se un reato sia stato commesso, e in caso affermativo esercitare l’azione penale, di cui egli ha il monopolio, sia pure sotto il controllo del giudice”, ma nei casi in cui l’azione penale è stata già esercitata e occorre solo mettere il processo sui binari corretti non sarebbe il caso di privilegiare l’efficienza? Strettoie e pastoie continue hanno poca coerenza con un sistema che, a parole, ritiene che «[l]a ragionevole durata è un connotato identitario della giustizia del processo». Ha detto Nicola Gratteri alla Festa del Fatto Quotidiano “Tre riforme per la giustizia da approvare subito? Farei una sola legge, brevissima: tutte le norme approvate dal ‘governo dei migliori’ a oggi vanno abolite“. Io sono più drastico: è tutto il Codice che va riscritto mettendo da parte i princìpi. Quando taglieremo la corda?
*già magistrato della Corte di Cassazione
