di Andrea Minchella
VISTO
SPEAK NO EVIL- NON PARLARE CON GLI SCONOSCIUTI, di James Watkins (Stati Uniti- Regno Unito 2024, 110 min.).
James Watkins torna all’horror dopo aver realizzato alcune mini serie per la televisione poco graffianti e un paio di pellicole non pienamente soddisfacenti. Il regista britannico, infatti, si era fatto conoscere dal mondo nel 2008 con l’angosciante e asfissiante “Eden Lake” in cui la violenza gratuita e disumana di un gruppo di ragazzi diventava l’elemento principale di una vicenda apparentemente tranquilla che si trasformava nell’incubo peggiore che un uomo può ritrovarsi a vivere.
“Speak No Evil” è un remake americano (“istant remake” poiché l’originale è appena di due anni fa) di un bellissimo film danese scritto e diretto dal talentuoso Christian Tafdrup. La prolifica “Blumhouse” ha capito subito che la storia schizofrenica di quel film danese avrebbe potuto benissimo essere declinata in una produzione statunitense con attori e luoghi anglosassoni e, dunque, più facilmente esportabile nel mondo.
E così James Watkins, partendo dal soggetto originale, ha scritto una rinnovata ed inedita sceneggiatura completamente indipendente da quella danese. Solo alcune differenze hanno rafforzato il protagonista, qui interpretato da un diabolico James McAvoy, e hanno migliorato lo spazio occupato dai due bambini nella vicenda. Il ritmo angosciato si incastra perfettamente in un crescendo che Watkins riesce abilmente ad imprimere alla pellicola. Qualche sbavatura di eccessi di stereotipi vengono, poi, spazzati via da una composizione scenica e strutturale che è ben solida e che fa aumentare la tensione nello spettatore. La prevedibilità della storia si placa grazie ad un’interpretazione degli attori, soprattutto quella di McAvoy, che imprime nei personaggi una latente e sconcertante autenticità.
La follia e l’invidia diventano un detonatore pericoloso per una vicenda in cui il disagio trova spazio nella vendetta nei confronti del normale e del convenzionale. Se nel film danese l’accento viene messo più sulle regole convenzionali del mondo che scatenano la rabbia e la violenza del protagonista, in “Speak No Evil” la faccenda si restringe più ad una violenza più personale e più intima, quasi.
Il film è ben scritto e ben diretto. Gli attori, i luoghi, la luce, e la grammatica sono tutti elementi calibrati perfettamente da un regista che ci sa fare, quando si tratta di terrorizzare lo spettatore. La paura che emerge dalla pellicola è, dopo tutto, la paura che ognuno di noi ha quando incontriamo l’altro. La convenzionalità dei rapporti nasconde spesso invidie e paure che si adagiano nelle profondità del nostro “io” ma che inevitabilmente modificano i nostri rapporti con gli altri. Il film danese, prima, e questo di Watkins, dopo, cerca di decifrare la difficoltà di instaurare nuovi rapporti estremizzando fino al collasso le infinite sfumature che si formano tra le dinamiche che mettono in relazione gli esseri umani.
Watkins non copia un bel film ma lo rielabora con padronanza del linguaggio “horror” e con una capacità abbastanza rara di non eccedere solo per il gusto di farlo, ma di rimanere sempre aderente alla storia a favore di un’interpretazione magistrale del suo protagonista. James McAvoy, dopo aver interpretato il folle psicopatico in due film di Shyalaman, torna per la terza volta a impersonare un carattere inquietante che non può ricordarci atmosfere del cinema del passato e di altri autori. In questo “Speak No Evil” respiriamo continuamente, infatti, l’odore acre dei film di Jordan Peele o di Night M. Shyamalan. Impossibile, poi, non pensare al Jack Torrance di Stephen King quando assistiamo inermi alla violenza incontrollata del protagonista Paddy.
Forse il finale, o meglio la grammatica del finale, è una di quelle sbavature che comunque vengono compensate da un prodotto ben fatto in cui l’autore e tutto il cast hanno creduto fortemente nella buona realizzazione di un film che senza troppe pretese ha la capacità di angosciare e spaventare il pubblico in sala. Da vedere.
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RIVISTO
THE VISIT, di Night M. Shyamalan (Stati Uniti 2015, 94 min.).
Il regista americano realizza un film “horror” in cui si consuma un incubo fatto di violenze da parte di due nonni malati nei confronti dei loro nipoti. La degenerazione fisica e mentale della vecchiaia qui diventa uno spunto interessante per la drammaturgia “horror” di uno dei registi più inquietanti degli ultimi anni. Non perfetto per alcune sbavature stilistiche dovute all’egocentrismo artistico di Night M. Shyamalan, ma certamente da rivedere.
