di Andrea Minchella
VISTO
THE PENGUIN, di Lauren LeFranc (Stati Uniti 2024, 8×55/64 min., Sky Atlantic).
Sgradevole. Cinico. Spietato. Viscido. Ma anche goffo e docile. E inaspettatamente sensibile. Il protagonista di “The Penguin” è un vortice di contraddizioni che rende un irriconoscibile Colin Farrell in un personaggio tridimensionale la cui anima viene sapientemente scolpita da una sceneggiatura barocca ed essenziale nello stesso tempo.
Grazie al successo del recente “The Batman” di Matt Reeves la Dc Comics e la Warner hanno capito il potenziale gigantesco che un personaggio come quello di Oswald “Oz” Cobb poteva esprimere in una produzione tutta dedicata a lui. La serialità fornisce la possibilità di esplorare personaggi ed eventi che un film rischia di lasciare in superficie. “The Penguin” sospende temporaneamente le vicende di Batman e di Gordon a favore di una rappresentazione surreale e quotidiana del cattivo Pinguino e del sotto bosco in cui fa affari e si struttura come capo indiscusso delle criminalità di Gotham.
La vicenda, incentrata esclusivamente sulla figura complessa e sfregiata di un ex poliziotto che percorre velocemente la strada del crimine per affermarsi come boss della città, si snoda principalmente su tre personaggi che diventano elementi fondanti della narrazione e della costruzione scenica della serie. Oltre al bravissimo Colin Farrell che truccato pesantemente non nasconde il suo sguardo magnetico ed inquietante, ci sono Sofia Falcone, figlia del boss Carmine ucciso all’inizio della serie, e il ragazzino Vic che da ladruncolo sbandato si ritrova al fianco di Oswald che lo salva dalla strada per farlo diventare suo autista. Proprio il rapporto che si instaura tra il Pinguino e Vic fornisce una visione inedita e originale di Oswald e della sua vita ad una serie che, altrimenti, rimarrebbe spesso incastrata tra stereotipi fumettistici e codici narrativi propri della saga “mafiosa”. “The Penguin”, infatti, oltre a raccontarci della malavita di Gotham e dell’ascesa spietata del Pinguino verso l’apice del crimine che governa una città allo sbando, ci dipinge in maniera originale e inaspettata una relazione sincera e intima tra un cattivo sociopatico e con un gigantesco senso di inferiorità a causa del suo deficit fisico che lo porta a claudicare goffamente (da qui il Pinguino) ed un ragazzo spaesato e solo che trova in Oswald una sorta di affetto ancestrale che lo può far crescere in un mondo che non ha pietà per nessuno.
La figura di Sofia Falcone, poi, assicura una composizione triangolare della vicenda che viene sviluppata con una buona capacità narrativa grazie ad una sceneggiatura elastica che si adatta ai continui cambi di ritmo in cui momenti di tenera convivenza tra Oswald e Vic si alternano con sequenze di violenza incontrollata nei confronti dei nemici del Pinguino. Cristin Milioti, che interpreta la figlia del boss Falcone appena ucciso, riesce potentemente a fornire al personaggio una follia sensuale che meriterebbe, quasi, un racconto a lei dedicato. La donna lasciata in un manicomio ritorna dopo la morte del padre per difendere con ogni mezzo l’impero economico, fondato su ogni forma di crimine, messo a rischio dall’ambizione fuori controllo di Oswald.
Il prodotto, dunque, risulta fresco e ben strutturato. Non mancano sbavature e limiti dovuti ad un contesto più ampio, quello di Gotham e di Batman, che non sempre si riesce ad archiviare a favore di una narrazione indipendente. Forse il ritmo, misurato e mai scontato, dei primi episodi si sbiadisce lentamente verso la fine della serie. Resta comunque un interessante progetto perché va ad indagare aspetti che nei film principali restano marginali ma che, se approfonditi, garantiscono una percezione completa e a tutto tondo di personaggi come Batman e di scenari come quello di Gotham City.
Lontano certamente dal lavoro che Todd Phillips ha costruito attorno al personaggio di Joker, “The Penguin” comunque apporta una lettura interessante di un universo, quello della Dc Comics, pieno di spunti e di personaggi che inevitabilmente ricalcano caratteri e comportamenti del mondo in cui viviamo.
***
RIVISTO
BETTER CALL SAUL, di Vince Gilligan e Peter Gould (Stati Uniti 2015-22, 63×41/69 min., Netflix).
Da una serie cult come “Breaking Bad” uno degli “spin off” migliori di sempre. La figura dell’avvocato Saul, magistralmente interpretato da Bob Odenkirik, viene sezionato in ogni suo aspetto per essere inserito in una opera drammaturgica che nulla ha da invidiare alle grandi produzioni cinematografiche.
La regia garantisce una linearità ed una originalità che, episodio dopo episodio, compongono una narrazione appassionante e divertente, al limite dell’assurdo, restituendoci un ritratto dissacrante di uno dei personaggi di Breaking Bad più contraddittori e surreali della televisione.
