Usa, perché ci conviene la Harris

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di Massimo Lodi

Elezioni Usa, una corsa modesta. Scontro fra due candidati non i migliori possibili, augurio che non vinca il peggiore. Il peggiore è Donald Trump, come (1) dimostrò la sua uscita di scena quattro anni fa, con incitamento al tentativo golpista di Capitol Hill. Come (2) egli dimostra ora, dichiarando -causa terrore da sconfitta- che il verdetto sarà truccato, ed evocando spari alla stampa. Un pericolo per la democrazia, ha scritto il New York Times e non ha potuto scriverlo il Washington Post, avendoglielo impedito l’editore Jeff Bezos. Un pericolo per la democrazia, confermano in molti, al di là e al di qua dell’Oceano.

Kamala Harris non è avversario di gran profilo. Vice sbiadita di Biden; costretta d’improvviso -causa fragilità del vecchio Joe- al ruolo ereditario; d’incerta presa popolare proprio sull’elettorato democratico. Ma è un deficit compensabile da voti recuperati fra una quota di repubblicani, indisponibile al sostegno di Trump. E una quota d’astenuti, ormai attorno al 60%, forse arruolabile. Harris potrebbe rastrellare consensi per difetto d’alternativa, e tanto le basta. Basta anche all’Europa e al mondo occidentale, cui giova che sia lei a succedere al presidente in carica. Non imporrebbe all’Ue i dazi annunciati da Donald, determinato a costringere alla resa (altro che alla pace) l’Ucraina, obbligandola a concedere alla Russia i territori già conquistati da Putin. E a imporre un forte/rapido aumento di spese militari ai Paesi aderenti alla Nato.

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Massimo Lodi

Kamala seguiterebbe a far svolgere all’America un ruolo d’ombrello protettivo del Vecchio Continente. Di sicuro non più dell’ampiezza d’una volta, essendo mutati i tempi/la situazione economica, e tuttavia con garanzie sicure. Giusto quelle negate da Trump. Sostanzialmente rinnoverebbe il contratto transatlantico che dura dalla fine della Seconda guerra mondiale e ci ha garantito sviluppo, prosperità, futuro. Soprattutto ci ha garantito libertà, senza il deviazionismo sovranista/populista che rischia di produrre esiti disastrosi.

La libertà, ecco ciò di cui siamo debitori agli Usa. Per quanto Harris non possieda il carisma d’un Obama, assicura coerenza, prosecuzione d’intenti, legame col passato virtuoso di presidenti risoluti a non deviare dal principio fondamentale della governance. Alcuni d’essi di provenienza repubblicana assolsero al medesimo dovere/alla stessa vocazione, ma erano personalità ben diverse da Trump. Il tycoon non ne è l’epigono. È invece un solitario aspirante a esercitare il potere per il potere, contravvenendo alla regola del suo dialettico affermarsi nei Paesi indipendenti, autonomi, fondati sul diritto.

Tra questi, il nostro. Dove l’endorsement pro Harris è venuto dal centrosinistra (con l’eccezione di Conte), non dal centrodestra. Scelta che si capirebbe se fossimo in presenza d’una sfida in cui il protagonista repubblicano avesse per nome Reagan o Bush senior. Scelta che non si capisce nel frangente attuale, in cui il teorico del Maga (Make America Great Again) appare una scheggia sfuggita dal circuito tradizionale dei conservatori, e figuriamoci dei moderati. Silenzio prudente di Meloni e Tajani, voce pro Donald di Salvini: con quale vantaggio per l’Italia, se a Trump dovesse riuscire il gran colpo, resta un mistero. A proposito di realismo. Di opportunità. Di convenienza. E pensare che siamo la terra del Machiavelli.

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