I lavoratori di Beko: «Abbiamo paura. Qui senza i frigoriferi chiude tutto»

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BIANDRONNOGianpaolo Garzonio (al centro nel collage qui sopra) lavora a Cassinetta da 36 anni. Di crisi ne ha viste tante, ma nessuna come quella in corso all’ex Whirlpool dopo l’acquisizione di Beko. «Questa è più grave ancora degli esuberi fatti nel 2000 – commenta fermandosi a lato del corteo che dalla fabbrica si è spinto fino a Ternate – allora tutto sommato siamo riusciti a gestirli. Ora è ancora più grave perché vuol dire chiudere una fabbrica, chiudere la produzione di tutti i frigoriferi, è gravissima la cosa». E come lui anche gli altri dipendenti Beko sono preoccupati (nel video qui sotto le voci dei lavoratori).

Se chiudono i frigo chiude tutto

«Abbiamo paura – continua – perché se da una fabbrica di frigoriferi che sono 800 persone ne vengono tolte 500 vuol dire che non esistono più i frigoriferi qui a Cassinetta. E senza i frigoriferi non esistono più neanche i microonde e le cucine, quindi vuol dire chiudere». Lo teme anche Manuela, che da più di 30 anni è occupata a Cassinetta, nel settore del cooking. «Io lavoro nei microonde, teoricamente un comparto non interessato perché vogliono tenere il caldo qui a Cassinetta, ma è impossibile che non veniamo coinvolti perché se tagliano più di 600 posti saremo interessati anche noi». È da quasi 25 anni in Beko invece Enrica Di Martino. «Non si vive bene questa situazione. Non è la prima volta, comunque adesso è proprio critica la situazione, quindi non ho proprio parole, sono molto dispiaciuta perché è una bella azienda, si lavora bene».

Rabbia e speranza

Dalla delusione alla rabbia. Quella che emerge dalle parole di Filippo Capitanini, da 10 anni in Whirlpool. «Il Governo non sta facendo niente per tutto ciò. Io vengo addirittura dalla ex Indesit, quindi sono qui ancor di più a lottare, più di tutti gli altri per far qualcosa tutti quanti insieme perché è una situazione vergognosa. Non è possibile che tutto il Varesotto venga messo in ginocchio da un’azienda turca che non ha fatto altro che prendersi il marchio per poi andarsene dalla nostra nazione, perché è questo che sta facendo: non è possibile tutto questo». Conserva un filo di speranza invece Roberto Di Flora, operaio da 34 anni a Cassinetta, prima nella fabbrica frigo e poi in quella microonde. «Speriamo che tutto si sistemi per il meglio, che la multinazionale ci ripensi e non trasferisca la produzione in altri paesi. Penso che qualche margine di trattativa ci sia, le multinazionali sparano alto per poi magari fare qualche retromarcia anche sulle proteste che gli operai stanno facendo in questi giorni».

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