di Claudio Ghisalberti
Eccolo la, ci mancava pure il dooring. Quelli che io da ignorante, ma scommetto che sono in numerosa compagnia, ho sempre chiamato “sportierata”. Mi riferisco a quel drammatico e doloroso momento in cui un ciclista o un motociclista impatta contro una portiera aperta di un auto in sosta. Specifico: parlo di impatto senza specificare se il ciclista colpisce la portiera o viceversa.
La questione, che sembrerebbe riguardare più la semantica oltre alle assicurazioni, in questi giorni è molto dibattuta. Lo spunto di cronaca è l’incidente di cui è stato vittima martedì mattina, Remco Evenepoel. Il bicampione olimpico nell’incidente occorsogli in allenamento in Belgio ha riportato la frattura a una costa, alla scapola e alla mano destra, contusioni ai polmoni e una lussazione della clavicola destra che ha causato lo strappo di tutti i legamenti della spalla.
La Accpi, il sindacato italiano dei corridori professionisti, che di concreto fa molto poco, non s’è lasciato sfuggire l’occasione per far sentire la sua voce. L’organo guidato da Cristian Salvato contesta il fatto che “la stampa di casa nostra purtroppo ha raccontato usando la narrativa del ciclista che sbatte contro un furgone, che si infila sotto un tir, che va contro una macchina”.
Così ha scritto all’Ordine dei Giornalisti “per chiedere alla stampa una maggiore attenzione nel descrivere eventi come quello portato alla ribalta dal fuoriclasse belga e che ogni giorno rappresentano un rischio per chi usa la bicicletta. Il dooring, così si chiama quando qualcuno apre la portiera dell’auto senza controllare e un ciclista ne rimane vittima, è un pericolo che ha causato numerosi caduti. Comprendiamo la velocità con cui si è costretti spesso a lavorare nelle redazioni, ma riteniamo fondamentale che si faccia maggiore attenzione alla scelta delle parole e dei titoli dati alle notizie”. Azione che è stata supportata da una consistente campagna, tramite video e messaggi, sui social.
Secondo l’Accpi è quindi evidente che Remco è stato vittima di una sportierata. Oh yes, si dice dooring. Ma è proprio così? Boh! Al momento non si sa. Ci sono ancora in corso le indagini, si stanno facendo le ricostruzioni. Toccherà all’autorità competente stabilire quale è stata la dinamica.

Il punto però è un altro. Ogni incidente che ha risonanza mediatica è una valida scusa per buttare benzina sul fuoco della guerra che ogni giorno si combatte sulle strade tra automobilisti e ciclisti. Come se la stessa persona non sia magari pedone, ciclista, motociclista e automobilista.
Grazie anche “all’intelligente” intervento di Vittorio Feltri qualche settimana fa per qualcuno i ciclisti andrebbero ammazzati. A volte ci riescono, altre sfiorano “l’impresa”. I ciclisti, da parte loro, sono convinti di avere sempre ragione, che gli altri dovrebbero sparire dalle strade. Hanno ragione, secondo loro, anche quando viaggiano in tripla o quarta fila perché si devono allenare; quando passano con il rosso, perché altrimenti si abbassa la media; quando messaggiano al cellulare, perché il mondo non può stare senza loro notizie neanche un minuto; quando sorpassano file ferme a destra e sinistra, perché alè alè bisogna menare.
Il problema credo che sia semplice. Le leggi, i codici e i regolamenti, in Italia ci sono, quasi mai vengono fatte rispettare. E sulla strada questo si avverte in modo drammatico. L’Italia è il Paese europeo che purtroppo guida la classifica degli incidenti mortali nei paesi europei, con 5,1 decessi ogni milione di km percorso in bici, quasi il doppio della Francia (2,9) e più di 5 volte il valore registrato in Norvegia, Danimarca e Paesi Bassi (0,9). In totale 197 ciclisti morti nel 2023.
Anche la recente norma del metro e mezzo per superare i ciclisti è effimera, non serve a nulla. Nessuno la farà mai rispettare ed è in pratica inattuabile. In Spagna, Paese che frequento con assiduità, le cose funzionano diversamente. Quasi sempre le auto sorpassano con la debita distanza e le corretta velocità un ciclista. Se non ci sono questi requisiti aspettano il momento idoneo. Però ho visto anche la Guardia Civil sanzionare ciclisti al cellulare, mentre guidavano senza mani o per avere attraversato la strada dove c’era la riga continua. Persino un ciclista è stato multato per avere superato un auto ferma troppo vicino, entro il metro e mezzo. Rispetto e civiltà da entrambe le parti.
Viceversa in Italia, nella civilissima provincia di Brescia, mi è capitato di essere aggredito da un automobilista a cui avevo urlato per avermi sfiorato a velocità folle. Sceso, mi ha preso la bici a calci urlando che noi ciclisti dobbiamo morire tutti. Sparire. Presa la targa sono andato dai carabinieri. Mi hanno detto che: servivano i testimoni, ma eravamo solo noi due; che serviva un video, ma strada di campagna non c’erano telecamere e di certo non potevo dirgli “fermo, mettiti in posa che ti faccio un video mentre mi aggredisci”; la Procura avrebbe certamente cestinato il mio esposto essendo una cosa quasi irrilevante, ma se l’auto fosse stata dieci centimetri più a destra sarebbe intervenuta l’autorità giudiziaria; nel caso in cui fossimo andati davanti a un giudice senza video e senza testimoni la parola dell’automobilista contro la mia e il giudice non avrebbe potuto fare nulla. Anzi, la controporta mi avrebbe a sua volta potuto querelare per calunnia.
A scanso di polemiche: sono pedone, ciclista, motociclista e automobilista.
ghisalberti auto bici – MALPENSA24
