di Federico Bianchessi Taccioli
Se come confessavo nella mia prima ‘non opinione’ su queste pagine (o schermate), è ormai difficile trovarsi d’accordo con se stessi prima che con altri su qualsiasi argomento, mi occorre ora un caso particolarmente esemplare. Il caso della scomparsa di una figura alla quale la mia attività di cronista comunale nella Milano cosiddetta ‘da bere’, a cavallo di Mani Pulite, ha dedicato alquanto tempo e attenzione. Parlo dell’ex sindaco Paolo Pillitteri. Il sindaco socialista, l’ultimo, il sindaco ‘cognato’ – di Bettino Craxi.
Quante sere, quante notti (quando l’orologio del Consiglio comunale a Palazzo Marino veniva bloccato sulla mezzanotte per aggirare con un escamotage la scadenza dell’ultimo termine per l’approvazione del bilancio e proseguire ancora qualche ora), quante giornate. Quante battaglie. Contro. Quando in risposta a una mia inchiesta sul Giornale di Montanelli reagì sdegnato, con una affermazione tanto perentoria quanto azzardata: “A Milano la mafia non esiste!”. O quando a una serie di articoli sugli affitti di stabili e appartamenti di proprietà comunale a prezzi irrisori agli amici e agli amici degli amici rispose con una querela per diffamazione, girata dal magistrato direttamente nel cestino della carta straccia.

Ma anche l’intervista in bicicletta, pedalando insieme una domenica mattina attraverso le strade di Milano e lungo i Navigli. O quella a nuoto nel mare di Bordighera, dove Rosilde mi lesse la mano predicendomi tre o quattro bambini (non ho avuto figli). Le zuffe sulla laurea di lei, Rosilde, le patetiche reazioni agli articoli più sgraditi – “Hai fatto piangere mia madre! Mi ha chiesto se era vero, le ho dovuto dire che erano bugie”. La rivalità con il predecessore Carlo Tognoli, del quale invidiava in fondo la maggiore popolarità e con cui infine condivise la caduta nel gorgo di Tangentopoli. Si potrebbe continuare a lungo, torna in mente la famosa zuffa verbale con i tranvieri in sciopero, le ironie sulle lunghe crisi con gli alleati, dal rossoverde al pentapartito. Battuta migliore: “La Dc soffre”. “Dice soffre o s’offre?” “Fate voi, fate voi!”.
Eccomi nelle ambasce, adesso. Va rimpianto oppure no. Direi di no, in fondo si è trattato di una stagione opaca per Milano, nella quale la capitale morale, con il suo ‘rito ambrosiano’ nella commistione affari (soprattutto edilizi)-politica, vide sfumare proprio la presunta superiore ‘moralità’ rispetto al resto del Paese. Ma erano anche vizi nazionali, a Milano in fondo non si applicava che l’andazzo, con la differenza che gli affari lì erano ben più consistenti e quindi più ricco il bottino.
Ammirai Pillitteri per l’ironia, quando all’inaugurazione di un Consiglio nel quale per la prima volta erano eletti vari leghisti, compreso il capolista Umberto Bossi, il Senatur iniziò il suo discorso in dialetto. Ma era un dialetto di Cassano Magnago e poco dopo alcuni consiglieri milanesi doc iniziarono a dileggiarlo: “Ehi, se die minga inscì! Ma che dialett te parlet?” E Pillittteri: “Mi scusi Senatore Bossi, se la interrompo. Ma qui rappresento anche la cultura e la lingua della città di Porta, Maggi e Bertolazzi. Quindi, la prego. O si esprime in corretto milanese o la prego di passare alla lingua italiana”.
E dunque? Pro o contro, rimpiangerlo facendo confronti con quanto venuto dopo oppure lasciarlo andare a regolare i conti con il Giudice dell’Appello Finale? Farò così, lasciamo i giudizi ai giudizi e ognuno si tenga i ricordi che ha.
E’ morto Paolo Pilitteri, sindaco socialista di Milano. Nacque a Sesto Calende
bianchessi pillitteri milano – MALPENSA24
