di Gian Franco Bottini
Ancora un anno di calo delle nascite, con l’Italia all’ultimo posto in Europa, quasi doppiata non solo dalla Svezia (Paese obbiettivamente molto diverso dal nostro) ma anche dalla Francia (Paese che seppur con qualche “coltello” può definirsi nostro “fratello”). Contemporaneamente un anno di crescita delle aspettative di vita, con l’Italia seconda solo al lontano Giappone, fra le grandi nazioni del mondo. Due fenomeni in discordante tendenza che giustificano il trito ritornello: “Italia paese di vecchi”.
Semplificando: un Paese che invecchia produce di meno e consuma di più e a lungo andare rischia di entrare in un clima da “mors tua vita mea”, che è troppo lontano dalla nostra cultura. E’ pur vero che gli anziani dimostrano quotidianamente di saper essere sussidiari, (sia economicamente che praticamente) nella soluzione dei problemi di figli e nipoti e che rappresentano un glorioso inno alla “buona vita” italiana (fatta anche da una sanità pubblica mediamente buona). Ma è altresì vero che, cinicamente parlando, meno anziani rappresenterebbero meno pensioni, meno costi sanitari, più denaro pubblico per i giovani. Ciò avallerebbe la convinzione di molti che il calo delle nascite sia motivato prevalentemente da carenze economiche di chi, di queste nascite, dovrebbe essere genitore.
Si sottovaluta però un dato di base puramente statistico: dal dopoguerra ai primi anni ‘70 (“baby boom”) per diverse ragioni le nascite esplosero, per poi assumere una curva gradualmente calante fino ai nostri giorni. Una curva identicamente calante e parallela a quella delle donne in età feconda, mano a mano che le stesse, frutto del baby-boom, da tale stato di fecondità invecchiando uscivano, senza essere adeguatamente sostituite per la carenza di nascite successive al baby-boom. Questo per ricordare che, oltre che per altre ragioni, i bimbi calano anche perché le potenziali mamme calano.

Un cane che si morde la coda e che può essere contrastato unicamente aumentando il numero medio di figli per “coppia”. E qui si scatenano le varie teorie su come e chi deve intervenire, dimenticando spesso che, prioritariamente, alla base del problema ci sono pur sempre delle persone con la specifica complessità della loro vita e dei loro sentimenti. Precisiamo che non abbiamo certo noi la pretesa di avere delle soluzioni, ma unicamente delle opinioni, passibili di qualsiasi critica.
Sicuramente lo Stato potrà continuare nei suoi sforzi in azioni di supporto (asili nido, bonus bebè, congedi di paternità, permessi di maternità, asili aziendali e quant’altro); la politica potrà affrontare in maniera meno ideologica i problemi dell’integrazione e della cittadinanza; l’economia potrà finalmente consentire un adeguamento delle retribuzioni agli attuali livelli di necessità. Tutto sarà utile e in alcuni casi indispensabile, ma il problema delle nascite, a nostro avviso, ha alla sua base un problema culturale che, per sua natura, è assai più complesso da governare. In questo caso parlare di “cultura “ di un popolo significa riferirsi ad un intreccio di tradizioni, abitudini, stili di vita, mode, sollecitazioni esterne, strutture familiari, condizioni economiche generali, canali informativi e molto altro ancora, che nei tempi si evolvono e condizionano i comportamenti delle persone. Sono fenomeni di lungo periodo e di carattere universale, pressochè impossibili da orientare in un contesto democratico e rispetto ai quali ci si può solo impegnare nell’adeguare, il più rapidamente possibile, il sistema sociale.
Senza aver la pretesa di fare i sociologi da quattro soldi, non ci è però difficile verificare che il calo delle nascite, che inizia dagli anni ‘70, è contestuale allo svilupparsi di molti fattori di grande impatto . L’arrivo della “pillola”, lo svilupparsi delle TV commerciali con le loro spinte ai consumi, il crescente livello di vita, l’esaltazione della cura del corpo, la crescente ricerca del benessere individuale, la valorizzazione del tempo libero, la diffusione delle droghe, la maggior facilità della circolazione delle persone ai fini ludici/culturali, le giuste conquiste del mondo femminile e molto altro. Tante cose che, in tempi più accelerati rispetto al passato, hanno causato dei forti cambiamenti sociali e hanno creato nuovi bisogni che hanno notevolmente influito sui rapporti umani ed in particolare sulla “struttura familiare”, termine usato per indicare genericamente il luogo di procreazione.
Quello che era il “matrimonio” oggi è sempre di più “convivenza”, rapporto non certo meno pregiato ma più aperto alle libertà decisionali di vario genere. La procreazione, che una volta era il passaggio primario (spesso lasciato alla casualità della natura) della “coppia” oggi, pur restando una sentita esigenza, trova una programmazione entro uno scenario dove devono trovar spazio anche quelle nuove esigenze personali alle quali abbiamo accennato.
Questa è l’attuale “cultura”, che nel tempo continuerà ad evolversi creando sempre nuovi scenari economici e sociali, rispetto ai quali non potremo far altro che trovare il miglior modo per adeguarci. Una cosa è e sarà comunque immutabile. Con rispetto di tutte le libertà individuali, per la continuazione della specie, la “natura” ha assegnato ai due sessi ruoli unici, precisi, insostituibili e immutabili, che se rappresentano un grande dono devono pesare anche come un rilevante dovere, da assolvere anche a scapito di qualche egoismo.
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