di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, proprio in occasione delle festività vi propongo una breve riflessione sulla speranza quando nel momento più misterioso che ci riguarda tanto da vicino sembra perdersi o svanire. Quando la morte appare vicina, dove sembrano predominare tristezza e sofferenza, ebbene in quel momento c’è ancora vita, progetti e sentimenti di intensità insospettabili.
Mi piace ricordare “La morte amica” di Marie de Hennezel, un libro che, pur dedicato a un argomento così difficile, ha avuto un grande successo di pubblico. La Hennezel, psicologa in un Hospice di Parigi, tratta in termini biografici con levità, con molta emozione e con grande partecipazione il tema della sua esperienza con i malati alla fine della vita. Il sottotitolo è già una pista annunciata: lezioni di vita da chi sta per morire. L’autrice con molta sincerità e vivacità riesce a far comprendere come questa esperienza con le persone alla fine dell’esistenza le ha del tutto cambiato la propria visione del mondo. Infatti dice: “Nel momento in cui la morte è vicina, in cui predominano tristezza e sofferenza, ci possono essere ancora vita, gioia, moti dell’animo di una profondità e di un’intensità talvolta mai vissute prima”
François Mitterand, allora Presidente della Repubblica francese, è stato allora il primo politico europeo ad aver reso pubblica la sua malattia gravissima e inesorabilmente evolutiva. Nell’ultima fase di questa, aveva consultato filosofi e teologi, aveva dialogato con i colti di molte discipline, con i “maitre à penser” dell’epoca le cui considerazioni, opinioni e osservazioni gli avrebbero consentito di dare “senso” a ciò che sembra non avere “senso” e che tutti quanti facciamo fatica non solo a comprendere ma anche a interpretare. Le cronache non dicono se il presidente francese raggiunse ciò che si era prefissato ma nelle parole della sua prefazione al libro della Hennezel io scorgo una bella indicazione, uno spiraglio di azzurro. “Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di appartenere a noi stessi. Il mistero di esistere e di morire non è affatto chiarito, ma è vissuto pienamente”
Vi confido alcune memorie tratte dalla mia lunga esperienza vicino alle persone al confine dell’esistenza. Ho conosciuto un famoso gourmet, ormai un amico, con il quale abbiamo accuratamente preparato la sua cena di commiato scegliendo con sapienza e capacità cibi prelibati e vini intriganti. Tralascio il complicato menù che aveva/avevamo immaginato. Eravamo arrivati al momento prima del dessert. Voleva qualcosa di veramente speciale. Era/eravamo indecisi fra un gorgonzola italico, straordinario formaggio della nostra tradizione, accompagnato da un intenso Porto di ottima annata ed un Camembert, vanto della gastronomia francese, accompagnato da un prelibato Sauternes, uno dei vini bianchi da meditazione più celebrati della Francia. Non riuscimmo a finire la cena (immaginata) ma lui se ne andò felice con la speranza di poter offrire agli amici tutta la sua maestria di grande chef e alla fine tutto il suo amore.

Ho conosciuto una casalinga/imprenditrice molto devota con la quale abbiamo colmato una valigia di ricordi dei tanti percorsi intorno al mondo per prepararsi all’ultimo viaggio che, straordinariamente, le ricordava un pellegrinaggio attraverso la sua anima che aveva come destinazione Gerusalemme. Molte erano le tappe che aveva percorso e ricordarle e riviverle è stato per lei un lievito di speranza. Lourdes, Fatima, Rocamadur, Santiago, sono state solo alcune tappe del cammino che con devozione e preghiera aveva intrapreso ed averla aiutata a ripercorrerle è stato anche per me un’esperienza particolare.
Ho conosciuto un artigiano della nobile Sicilia che ha atteso, con il corpo spezzato sull’infinito, molti giorni l’arrivo della figlia maggiore, impegnata in Sicilia nella raccolta delle olive, per dettare il suo testamento spirituale. Schiacciato dalla malattia i cui sintomi abbiamo cercato di controllare (ma ricordo ancora la straordinarietà della situazione clinica), ha vissuto nella speranza di poter concludere la sua esistenza testimoniando l’amore fortissimo verso i suoi cari. Per quindici giorni ha vissuto sull’orlo della fine e dopo mezz’ora dal colloquio con la figlia maggiore è spirato.
Solo chi perde l’adesione al suo sentire, solo chi perde l’interpretazione al proprio sé, solo chi non riesce più a progettare il minuto che viene, perde davvero la speranza. La speranza di una trasformazione, la speranza nella vita eterna, la speranza in un mondo migliore, la speranza di raggiungere il Dio creatore, la speranza di poter concludere degnamente e dignitosamente il proprio esistere. Speranze tutte diverse, tutte estremamente importanti poiché unica e irripetibile è la conclusione di una vita compiutamente vissuta.
La speranza non è un pronostico, è un orientamento dello spirito, è un orientamento del cuore. Non è la convinzione che qualcosa andrà bene ma la certezza che qualcosa ha un senso a prescindere da come andrà a finire.
Insieme alla speranza … l’incognito e non occorre essere un credente intimamente affidato per sentire urgere dentro le domande che per secoli gli uomini si sono poste. La spiritualità dell’uomo non connota il credente, ma la persona, tutte le persone. Tutti o quasi tutti. Il mio amico Toscani, grande colto, è l’unico che crede di non avere radici cristiane, quando la nostra cultura, a mio parere, ne è intimamente intrisa. Tutti o quasi tutti siamo tentati dalla ricerca di qualche risposta, quindi di qualche domanda … di qualche domanda su Dio. A volte in modo evidente quasi urlato, a volte in modo sommesso quasi sussurrato, a volte solo pensato, ma capita. Talché sempre il mio amico Toscani, grande ateo, alla domanda posta durante un convegno se non avesse messo in conto di presentarsi a Qualcuno dopo la morte rispose: “Ma certo!”
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