Trump non va preso alla lettera, ma va preso sul serio

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, come me anche voi leggete/ascoltate giudizi durissimi sull’attuale presidente americano. Effettivamente queste sue “sparate” da cowboy del vecchio west sono un po’difficili da interpretare soprattutto appaiono indigeste al nostro palato europeo. Eppure credo che sia lecita una riflessione che mi è stata stimolata da un recente intervento dell’ottimo Rampini sul sito del Corriere della Sera del 6 febbraio scorso.

Il nostro ricorda la New York degli anni ’70 folle e pericolosa e di come gli animi di allora in America e in Europa fossero inclini a considerare irreversibile il declino americano e finito il “sogno americano”. All’epoca gli USA erano sconvolti dalle crisi economiche a ripetizione, dallo shock petrolifero del’73, da un’inflazione scatenata, da drammatiche tensioni sindacali e razziali. Dopo l’infausta guerra del Vietnam e le dimissioni di Nixon arriva Gerald Ford che non riesce a migliorare la situazione. Dobbiamo aspettare Ronald Reagan e il suo slogan “Make America Great Again” perché la situazione cambi. E cambierà di molto. Reagan, dopo essere stato definito un attore di serie B, un cowboy rozzo e ignorante, un elefante nel negozio di cristalli, un guerrafondaio senza scrupoli sarà ricordato come uno dei più grandi presidenti USA e persino Barak Obama gli dedicherà un ammirato elogio postumo. Dunque il sogno americano non muore e rinasce. Tutto ciò non vi stimola qualche pensiero? Naturalmente qualsiasi parallelo con la presidenza Trump è fuori luogo.

Ricordo una frase di Wiston Churchill a Yalta nel febbraio del’45 circa le trattative con Stalin e Franklin Delano Roosevelt: “Gli Sati Uniti fanno sempre la cosa giusta dopo che hanno esaurito tutte le alternative.” Ai miei occhi di liberale, quale mi reputo, i dazi non sono solo una sciocchezza, sono un errore e, in genere, non portano bene a chi li introduce. Eppure, non voglio farmi sconvolgere o ipnotizzare dallo stile di comunicazione del presidente americano. Subito congelati, secondo Trump le trattative con i vicini di casa hanno portato a dei risultati poiché sia i canadesi sia i messicani hanno potenziato i controlli ai confini con l’intento di limitare l’immigrazione irregolare e di smantellare il traffico del fentanyl. Inoltre i dazi danno il senso di un Trump che vuole trattare e questo sarebbe in coerenza con un tycoon abituato a mercanteggiare. Rampini ricorda poi come l’America non solo sia il mercato più importante del mondo ma anche il mercato più aperto. Infatti l’Europa ha un disavanzo commerciale nei confronti degli Usa di 130 mld di dollari e quindi occorrerà valutare con molta prudenza l’impatto di questi dazi nel rapporto con l’economia americana.

Ecco l’Europa. Non so se siete al corrente che nel settore dell’automotiv l’Unione Europea applica da tantissimo tempo dei dazi del 10% sulle importazioni delle auto americane mentre gli USA hanno dazi solo del 2,5% sulle auto importate dall’Europa. L’Europa ha poi un mondo di misure protezioniste. Per esempio alcune sono giustificate con la tutela della salute. Penso al divieto di importazione agroalimentare dagli USA per via degli OGM. Dove c’è questa etichetta l’Europa chiude le sue frontiere anche se a detta dei nostri esperti gli OGM americani non sono un pericolo. Tutto questo dovrebbe indurci a non prendere alla lettera tutte le “sparate” di Trump e valutare se c’è un nucleo di verità. Quando il presidente USA chiede reciprocità al vecchio continente allude a queste situazioni che non sono fantasticherie ma fatti reali. Alla fine questo dovrebbe renderci un po’ più ottimisti alla luce del fatto che anche l’Europa ha qualcosa da offrire, qualcosa da mettere sul tavolo prima della guerra commerciale fra i due lati dell’Atlantico che tutti paventano. Qualcuno ha detto circa le dichiarazioni del tycoon: “Non prendiamolo alla lettera però prendiamolo sul serio”. Mi pare ragionevole.

Il vero nemico di Washington non è l’Europa ma è Pechino, quella Cina che, proprio grazie al presidente Clinton è stata ammessa al Wto (Organizzazione Mondiale del commercio) nel dicembre 2001 senza condizioni. Oggi il Wto è sbilanciato a favore della Cina e qualcuno afferma che questa “guerra” non è fatta con i missili ma con il dollaro. Mentre Xi Jimping strizza l’occhio ai BRICS e vorrebbe favorire un mercato del Sud del mondo a base renminbi, Trump minacciando dazi, invocando il MAGA per richiamare investimenti, dichiarandosi un pacificatore, chiedendo alla Federal Reserve di abbassare i tassi per raffreddare il dollaro e affermando la fine della globalizzazione (cosa che peraltro è sotto gli occhi di tutti) vuole mettere in difficoltà proprio la Cina.

In questa visione l’Europa appare davvero  poco influente. Pensate a quanto è successo il 27 gennaio scorso a Wall Street quando un giovane e sconosciuto cinese, Liang Wenfeng, ha fatto crollare il Nasdaq (Nvidia ha perso in un giorno 600 mld di dollari) presentando la sua applicazione circa l’IA, la DeepSeek. Qualcuno giustamente si è chiesto: ha fatto tutto da solo? Difficile crederlo soprattutto tenendo conto delle rigide regole del governo cinese. Nel frattempo l’Europa è preoccupata per la crisi della Germania. Infatti Ursula von der Leyen è molto cauta nei confronti dei dazi di Trump ma continua a ripetere che ciò che fa male a Berlino fa male all’Europa. Ricordo che la Germania ha mantenuto per 20 anni un notevole surplus commerciale rispetto alle altre economie del continente e perfino dell’America. Il settimanale The Economist molto tempo fa annotava che una grande economia che accumuli un surplus commerciale dell’8% di Pil crea una notevole tensione sul sistema del commercio globale.

Cari amici vicini e lontani, come vedete queste faccende sono davvero complesse e difficili persino per gli addetti ai lavori ma noi ne leggiamo facilmente e superficialmente sui media. Forse Trump è davvero un cowboy visionario ma demonizzarlo non serve e non aiuta a capire.

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