di Massimo Lodi
Prendo dalla conclusione il magistrale scritto del professor Ivanoe Pellerin sul fine vita, là dove cita il poeta indiano Rathindranath Tagore, premio Nobel nel 1913: “La morte come la nascita fa parte della vita. Camminare consiste sia nell’alzare il piede sia nel posarlo”.
Facciamo nostre queste parole, raccomanda Pellerin. Facciamole. Perché ricordano che il libro dell’esistenza ha, di caso in caso, un diverso incipit ed epilogo, poche/molte pagine. Dipende dalla volontà del protagonista, dipende dalle bizze del fato, dipende dal mistero universale. Il mistero, ecco. Va reso merito a chi, come Pellerin, nell’affrontare sul piano medico-culturale-sociologico- politico quest’argomento di fragile porcellana sentimentale, va oltre il dibattito su cos’è meglio e cosa no, a proposito di legislazione. Salvaguardato il diritto alla singola libertà; perimetrata l’area etica entro la quale una normativa, oggi assente, dev’essere racchiusa; ricapitolato il quantum, complesso e delicato, sta attorno a un simile tema, resta un che di umile, di pratico e di spirituale insieme su cui le parole di Pellerin suggeriscono di soffermarsi. Qualcosa che allevia l’angosciante pensiero di Cesare Pavese nel Mestiere di vivere: la morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbo di ogni riposo.
E siamo al mistero. All’arcano, all’enigma, all’inesplicabile che ci genera, ci scorta, ci porta chissà dove. Tante millenarie domande, nessuna risposta sicura. Tranne una condivisibile certezza, a suo tempo espressa dallo psicanalista Erich Fromm, che scelse il Lago Maggiore, Locarno, come sua ultima dimora, lasciandola 45 anni fa. “Morire è tremendo, ma l’idea di dover vivere senza aver vissuto è insopportabile”.
È dunque non altra, la morte da temere. È la vita senz’alito vitale, amore, speranza. Incapace di mettere al servizio di tutti il seme d’universalità/eternità presente in ciascuno di noi, e spesso dimenticato, aborrito, rimosso. Addirittura, spiega Fromm, vi sono persone che muoiono spesso prima d’essere nate del tutto. Qui sta il provvidenziale paradosso: discutere di come svoltare nelle ultime curve d’una quotidianità sofferente rammentando il modo d’affrontare le precedenti tappe, quando la strada è ancora piana, le montagne sono lontane, il pedalare non così stanco da predirci l’imminente ritiro dal nostro personale Tour.
Urge, come no, una legge sul termine della vita. Ma idem-urgono la capacità d’iniziare davvero la vita, quando viene l’ora dell’autonomia di giudizio; lo sprone a continuarla nella direzione maestra, evitando pericolose scorciatoie: il metodo utile a seguire un ragionevole/prudente percorso cercando più che si può -e qui siamo a una citazione del cardinale Gianfranco Ravasi– di non crescere imperfetti, uniformi, incompiuti. Così d’arrivare alla meta con alle spalle giorni colmi di opere giuste, bellezza, verità. Non si tratta d’una questione di fede. Si tratta d’un motivo di buonsenso. Che appartiene a tutti, basta saperlo cogliere. Perché, come recita l’aforisma africano, non esiste una pianta grassa irta di spine che non lasci spazio anche per un piccolo bocciolo di fiore.
