di Massimo Lodi
L’unità in piazza del Popolo a Roma, manifestazione a sostegno dell’Europa, appare tutta forma e zero sostanza. La sostanza, per il Pd, rimane uno squarcio dopo il voto di mercoledì scorso a Strasburgo, quando il partito s’è spaccato tra favorevoli sul piano von der Leyen e astenuti. I celebri (ahinoi) néneisti, né da una parte né dall’altra. Non sapendo/non volendo cosa fare, imbrigliati da impasse correntizie, morali, strategiche. Risultato: figuraccia all over the world, deficit di senso dello Stato, ceffone a Mattarella, messa in soggezione della segretaria.
Il messaggio è apparso nitido. Hello Schlein. Ciao Elly, la tua linea movimentista e presidenzialista (sto col radicalismo estremo e decido senza coinvolgere chi potrei/dovrei) denunzia il fallimento. Ci dovrai rimuginare su. Ti faranno rimuginare su. Credevi d’esserti liberata d’alcuni importuni cacicchi spedendoli al Parlamento europeo, e quelli da là si son rivelati più insidiosi di quando stavano qua, a Roma e dintorni. Credevi di rubare spazio a Conte, primeggiando nell’ambiguo pacifisimo di sinistra e invece l’ha rubato lui a te. Quasi scomparso dalla scena nazionale, Giuseppi l’ha riconquistata da protagonista, fra l’altro tirando a sé il mondo cattolico no war così maldestramente corteggiato dai competitori democratici.
Disastro total, con proiezione su un futuro da incognita cupa. Che ne sarà del Pd? La sfida fra i custodi del riformismo ortodosso (Prodi e Gentiloni first, per non dire del presidente Bonaccini) e i sostenitori d’una svolta ribaltatrice ha in sé la miccia del boom finale. Ovvero della scissione, in mancanza dell’eventuale colla ricompositrice che dovesse venire da un congresso, sia tematico (su guerra e riarmo) sia di carattere generale (sulla prospettiva politica d’insieme). I tempi per decidere l’orientamento s’annunciano brevi: la prossima settimana alla Camera si voterà sulle risoluzioni in vista del Consiglio europeo, e lì ci sarà poco da esser néneisti. O di qua o di là: tertium non datur.
Perciò la segretaria, reduce dall’imbarazzo acrobatico in cui l’han cacciata i suoi eurodeputati, dovrà dar prova di pragmatica leadership. La furbizia levantina è in grado di far sopravvivere movimenti/partiti dalla diversa storia rispetto al Pd, non un Pd che intenda rendersi egemone dell’alleanza determinata a mandare a casa fra due anni il centrodestra della Meloni. Certo, l’operazione si presenta quasi titanica laddove si son succeduti dieci segretari in diciotto anni; gli agguati e le faide han spesso prevalso sulla razionalità della strategia da seguire; personalità di valore si son viste sacrificare a mediocri convenienze di botteguccia. Ma oggi che siamo in un passaggio storico drammatico, e nel mondo si van ribaltando certezze durevoli dalla fine della Seconda guerra mondiale, e s’è ridotto a nulla lo spazio a pro d’astuzie di sopravvivenza; oggi che c’è bisogno di chiarezza, determinazione, inclusività eccetera, tutto -ma proprio tutto- risulta estraneo al voto piddino di mercoledì scorso a Strasburgo. Perciò due opzioni: 1) o pace interna di partito propedeutica alla pace internazionale/armata fra nazioni: 2) o Hello Schlein a due soli anni dall’insediamento al Nazareno. Il tempo dei saluti potrebbe rapidamente avvicinarsi. E questo sì che sarebbe un “salto quantico”.
