di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, un grande economista francese liberale del XIX secolo Frederic Bastiat ebbe a dire: “Dove non passano le merci, passeranno gli eserciti” e con ciò ha condensato l’importanza del libero scambio, fattore non solo di libertà ma anche di pace. Quando il presidente Mattarella afferma che “la libertà dei mercati protegge la pace” dice una frase solo apparentemente retorica ma al contrario sottolinea un’idea figlia del pensiero liberale, un’idea che negli ultimi duecento anni ha contribuito a favorire lo sviluppo del mondo occidentale così come oggi noi possiamo constatare, inimmaginabile quando vi erano solo piccoli mercati domestici non industrializzati.
Trump è repubblicano come lo era Reagan, grandissimo presidente liberale degli anni ’80. Vorrei riportare una parte di un discorso di Reagan proprio su questo tema. “Quando qualcuno dice – imponiamo dei dazi su alcune importazioni estere -, all’inizio sembra che stia facendo una cosa patriottica proteggendo i prodotti e i posti di lavoro americani: a volte, per un breve periodo, funziona davvero. Ma solo per un breve periodo. Ciò che accade alla fine è che le industrie nazionali iniziano a fare affidamento sulla protezione dello stato sotto forma di dazi elevati: smettono di competere, smettono di apportare innovazioni gestionali e tecnologiche necessarie per avere successo sui mercati mondiali. Inoltre, mentre tutto ciò accade, succede anche qualcosa di peggio: i dazi elevati portano inevitabilmente a ritorsioni da parte dei Paesi stranieri e si innescano feroci guerre commerciali. Il risultato sono dazi sempre più alti, barriere commerciali sempre più elevate e sempre meno concorrenza. Così molto presto, a causa dei prezzi resi artificialmente alti da dazi che premiano inefficienza e cattiva gestione, la gente smette di comprare. Il mercato si contrae e crolla, aziende e industrie chiudono e milioni di persone perdono il lavoro. Il ricordo di tutto ciò che accadde negli anni ’30 mi ha convinto, quando sono venuto a Washington, a risparmiare al popolo americano la legislazione protezionistica che distrugge la prosperità.” (dal discorso radiofonico alla nazione il 5 aprile 1987)
La maggioranza degli economisti è legata all’idea dell’economia liberista (come quella espressa da Reagan) e cioè che il libero mercato offra benefici per tutti e che al contrario il protezionismo danneggi tutti. Alcuni non la pensano così. Un consigliere di Trump, ricercatore presso il Manhattan Institute, tale Miran, che presiede la cabina di regia voluta dal presidente in tema di economia, sostiene che l’economia americana otterrebbe dei vantaggi da un aumento generale delle tasse doganali. Miran suggerisce di considerare gli USA come un “monopsonio” (orribile parola che ho importato da un articolo di Rampini), cioè in pratica come un acquirente unico, poiché importa tantissimo ed esporta pochissimo in termini di bilancio economico. Quindi un’eventuale guerra dei dazi sarebbe asimmetrica, danneggerebbe molto di più i paesi bersaglio, in testa la Cina, anche se questi volessero rispondere con ritorsioni di varia entità. Il discorso vale ovviamente anche per l’Europa. Quindi il cittadino americano non verrebbe impoverito più di tanto dall’inflazione e l’America incasserebbe il gettito dei dazi che potrebbe servire a sgravare gli impegni fiscali di aziende, imprese e famiglie.
Questo pensiero ha valore? Non sono assolutamente in grado di affermarlo avendo solo letto e riletto opinioni discordanti. Osservo però che la maggioranza dei cittadini europei ignora che l’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) lavora a favore dell’esportazione. Aggiungo che fino a poco tempo fa l’America era uno dei paesi meno protezionisti al mondo. Il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) valutava fino a ieri i dazi medi americani intorno al 2,5 %. Erano la metà di quelli europei e un quarto di quelli cinesi. Fino a ieri le macchine europee importate negli USA avevano un dazio del 2,5% mentre quelle americane importate da noi erano gravate del 10%. Gli USA sul vino d’importazione applicavano una tassa da 5 a 10 centesimi al litro mentre l’whiskey americano era gravato da noi del 25%. Questo per dire che i dazi sono lo strumento con il quale la politica regola alcune relazioni economiche internazionali da molto tempo. Consideriamo che l’America importa auto per 78 mld di dollari dal Messico e 40 mld dal Giappone; 31 mld dal Canada e 31 mld dalla Germania. L’Italia non è segnalata perché ormai facciamo molta più componentistica che non l’auto intera. Ebbene per l’esportazione, l’America è molto lontana da questi valori attestandosi forse a circa un quarto. Il disavanzo è notevole.
A proposito di ciò, alcuni economisti affermano che i famigerati dazi sono, a modo loro, un elemento di riequilibrio. Affermano che i dazi si assimilano ad una svalutazione. Perciò in una situazione di sopravvalutazione del dollaro e di sottovalutazione del resto del mondo imporre i dazi significa riportare i cambi fra le valute a livelli più sostenibili. Costoro invocano un nuovo primato tecnologico occidentale, comunque difficile da raggiungere di fronte ai colossi cinesi, indiani, sudcoreani ed anche giapponesi, perché la situazione possa cambiare. Sarà così? É possibile ciò?
Cari amici vicini e lontani, io credo che i dazi siano una follia perché sai come inizi ma non sai come vai a finire e sono difficili da applicare. A questo punto, come può o deve reagire l’Europa? La risposta più ovvia e quella che mi pare sia sul tavolo a Bruxelles sia quella di contrapporre “contro dazi”. È stato affermato che: “L’Europa proteggerà sempre le aziende, i lavoratori e i consumatori europei dai dazi ingiustificati. Siamo il mercato libero più grande del mondo.” Siamo poi sicuri che sia la risposta più appropriata? Forse lo è a patto di sforzarci di trovare un accordo perché farci del male fra noi, cioè fra paesi che appartengono alla stessa cultura, non mi pare un’ottima idea.
