di Paolo Costa
Il territorio europeo è stato il campo di battaglia più importante delle due guerre mondiali del ‘900 in cui gli Stati viciniori si sono fronteggiati a viso aperto, contendendosi spazi e potere per volere delle classi dirigenti e non certo delle popolazioni. Per ben due volte si è rinnovata la trama nazionalistica in auge nel vecchio continente con la Riforma e resa evidente dalla Guerra dei trent’anni e dalla pace di Westfalia. Dopo il 1918, quando si cominciò a fare il conto dei morti e delle distruzioni, si deve registrare un netto sussulto di rifiuto della guerra (definita “inutile strage” da Benedetto XV). E fu nel 1923 che il conte austriaco Richard Coudhenove-Kalergi diede alle stampe “Paneuropa”, il primo progetto federalista per un’Europa unita, i cui contenuti sarebbero diventati fonte ispiratrice di tanti leader tra i quali devono essere annoverati Luigi Einaudi e Winston Churchill (che ci avrebbe lasciato il memorabile discorso europeista di Zurigo 1946).
Negli anni ’20 e ’30 la nuova Guerra dei trent’anni novecentesca non si era ancora manifestata nella sua completezza, ma l’aspirazione a un continente finalmente unito e in pace contaminava in tutta Europa uomini di differente cultura. Nel 1936 Guido Gonella scrisse sull’Osservatore Romano: “L’Europa si troverebbe sempre di più di fronte al tragico dilemma: unirsi o perire”. Purtroppo furono parole tragicamente profetiche: la guerra tornò, più devastante che in passato, tanto da far ritenere finita la storia dell’Europa. Eppure, nonostante tanto dolore, povertà e macerie, anche stavolta l’ideale di un’Europa unita risorse, sostenuto da politici di diversa estrazione e tenuto in vita da chi -già durante gli eventi bellici- aveva inteso avanzare proposte per un futuro di pace, ricostruzione e sviluppo.

Nel “Programma di Milano (12 punti fondamentali del partito della Dc)”, documento scritto nel 1943 in vista della rinascita di un partito di ispirazione cristiana, era stato citato l’obiettivo di una Federazione europea, rendendo più esplicito e concreto quanto auspicato dal movimento dei Guelfi di Piero Malvestiti vale a dire la creazione della “Comunità delle nazioni europee”.
Ispirati dai radiomessaggi di Pio XII, diffusi in pieno conflitto, i cattolici avevano chiara l’urgenza di affermare i principi della collaborazione tra le nazioni e del diritto dei popoli. Don Luigi Sturzo, per esempio, proponeva l’abbattimento delle barriere doganali e la creazione della Unione doganale europea. Naturalmente erano tematiche non esclusive del mondo cattolico, tanto che è doverosa la citazione del manifesto di Ventotene, ultimamente abbondantemente trattato dai media, che nel 1941 rappresentò la proposta di un’Europa unita formulata in ambito laico-socialista, un progetto che -come abbiamo visto- venne scritto più o meno contemporaneamente ad altri.
Terminato il conflitto, le Conferenze alleate di Yalta e Potsdam sancirono la divisione del mondo in sfere di influenza, sconfessando così la Carta dell’Atlantico del 1941 che aveva proclamato i diritti delle nazioni. E fu un momentaneo disinteresse americano a incoraggiare i russi a non perdere tempo a occupare Romania, Bulgaria e a mettere nel mirino la Polonia, sottoponendola al loro controllo. Intanto, spronato da Altiero Spinelli, firmatario del manifesto di Ventotene, il movimento federalista continuava a coltivare l’ideale europeista senza prendere però in considerazione alleanze con le superpotenze mondiali. D’altro canto l’europeismo dei partiti di governo nei maggiori Paesi europei cominciava a supportare un’idea di Europa che non potesse prescindere dagli Stati Uniti.
Nel ’49 fu fondata la Nato, passaggio storico decisivo in seguito al quale le forze di sinistra si sfilarono dai progetti europeisti, da allora e per decenni senza più il sostegno dei partiti comunisti. A rilanciare l’ideale comunitario, nei primissimi anni ’50, furono poi i tre statisti cattolici De Gasperi, Adenauer e Schuman, che si pronunciarono con una radicalità che poteva apparire visionaria. Idearono infatti istituzioni particolarmente concrete e rivoluzionarie come la Comunità del carbone e dell’acciaio, la Comunità europea di Difesa e più avanti l’Euratom, tre organismi che oggi non ci sono più. L’articolo 38 del trattato istitutivo della Comunità europea di difesa fu proposto da De Gasperi: stabiliva che dalla Ced avrebbe dovuto sorgere una “unione retta da istituzioni democratiche e federali”. Ma l’Assemblea nazionale francese, il 24 agosto ’54, affossò l’istituzione della Ced, rivelando la persistenza dei nazionalismi e stabilendo lo stop alla possibilità di dar vita a un’unione politica. Commentando tale bocciatura, un periodico cattolico titolò opportunamente: “Ha cessato di esistere la speranza dell’Europa”.
L’europeismo dei decenni successivi è la storia di istituzioni basate sugli aspetti di mercato (Mercato comune) oppure su bilanci e finanza (Unione), di enti dove ha prevalso il peso degli Stati più importanti, della burocrazia di Bruxelles e di politiche dirigiste. Il sogno di un soggetto politico nuovo, in grado di porsi nello scenario globale da protagonista, sembra ora definitivamente compromesso, proprio mentre la fine di ideali, ideologie e globalizzazione, e il ritorno dei nazionalismi e della guerra, renderebbero l’attualità assolutamente bisognosa di scelte forti e coraggiose.
