GALLARATE – E’ morto questa notte, 19 aprile, all’ospedale di Busto Arsizio, dove era ricoverato, Carlo Senaldi, esponente politico gallaratese della Democrazia cristiana a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. La malattia l’ha stroncato nel giro di pochi mesi. Aveva 84 anni.
Senaldi è stato tra i politici più influenti della provincia di Varese. Eletto per la prima volta a Montecitorio nel 1983 vi rimase per due legislature ricoprendo incarichi di governo come sottosegretario nei diversi esecutivi Goria, Andreotti, De Mita. Nella Dc militava nella corrente dorotea di Antonio Gava.
Dopo Tangentopoli, Senaldi cercò in tutti i modi di ridare vita alla Democrazia cristiana con diverse iniziative a livello romano. Nella sua Gallarate (il suo quartier generale era l’ufficio di commercialista che gestiva in piazza San Lorenzo) fu assessore nella giunta guidata da Andrea Buffoni che fu poi eletto in Parlamento assieme a Senaldi nell’83, ma al Senato per il Psi.
Con Carlo Senaldi se ne va un pezzo di storia di Gallarate e della politica varesina. Lascia la moglie e tre figli.
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Senaldi, la Democrazia cristiana come missione
di Vincenzo Coronetti
Non sapremmo dire quante volte Carlo Senaldi, morto a 84 anni stroncato da uno di quei mali che non perdonano, avesse tentato di far rinascere la Democrazia cristiana. Dopo Tangentopoli, l’inchiesta giudiziaria che spazzò via gli storici partiti della Prima Repubblica, ci ha provato attraverso mille percorsi e con il contributo di numerosi “amici”, come si chiamavano i democristiani di una volta. Non tutti esattamente “amici”, nelle più classiche dinamiche di un partito formato da un numero imprecisato di correnti che si davano battaglia, più o meno pubblicamente, per fare quadrato quando bisognava prendere i voti.
Senaldi militava tra i dorotei, componente tra le più attive e, se si vuole, tra le più spietate nei giochi della politica. Vi era approdato quasi per caso, quando, poco prima delle elezioni politiche del 1983, alla Dc varesina venne a mancare uno dei quattro candidati da lanciare alle urne: Michele Galli, un altro gallaratese, si tirò indietro per ragioni personali. Rimasero in gara Giuseppe Zamberletti, Paolo Caccia, Costante Portatadino. E Carlo Senaldi, propostosi all’assemblea nella sede varesina dopo che altri rinunciarono a candidarsi, fu il quarto uomo.
Venne eletto al primo colpo, contro ogni previsione. Cominciò così la sua carriera romana, prima come sottosegretario alle Poste e Telecomunicazioni, poi al ministero delle Finanze, non proprio un compito di secondo piano. Anzi. Sfiorato dall’inchiesta Mani Pulite, ramo Enimont, ne uscì praticamente indenne, così che non depose mai le armi, continuando con rinnovato entusiasmo il suo impegno. Si era appunto dato la missione di far rinascere la Balena Bianca, fino a che non si scontrò giudizialmente con chi, suoi ex “amici”, si muovevano con gli stessi obiettivi cercando di intestarsi lo storico simbolo scudocrociato e la paternità del partito fondato da Don Sturzo.
Un passionale, Carlo Senaldi. Tanto che si gettò anima e corpo in quella che riteneva una ragione di vita. Non gli riuscì di riportare sulla scena la Dc, anche a causa dei tanti ostacoli che gli si frapponevano ad ogni passo. Si dovette accontentare di piazzare la “sua” Dc alle elezioni amministrative di Gallarate (dove in passato aveva fatto l’assessore in una giunta del pentapartito), in una lista a sostegno del sindaco leghista Andrea Cassani; risultato minimo, si potrebbe commentare, alla luce delle tante risorse che egli mise in campo negli ultimi decenni. Ma, forse, proprio per la sua grande passione, per l’incontrollato entusiasmo che metteva nelle cose della politica, Senaldi finì per non accorgersi che una stagione era irrimediabilmente finita.
Questo però non è un demerito, piuttosto è la cifra di un impegno così importante e di coerenza che dovrebbe risultare come contraltare e esempio al trasformismo, all’arroganza e alla sciatteria dei nostri giorni. Certo, con Carlo Senaldi se ne va un pezzo della storia pubblica di Gallarate. E si chiude un’esperienza collettiva che, in quegli anni, anche grazie a Senaldi, fece crescere la città. Nonostante il prezzo di comportamenti che la Tangentopoli locale portò alla luce, in parte acclarati nei processi, in parte ancora tutti da chiarire e capire. Di sicuro anni che, comunque li si interpretino, hanno lasciato il segno. E non si dica che è soltanto un segno che volge al negativo, perché non è vero.
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